23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 21:06:00

Cronaca News

“Latte e mitili avvelenati, la diossina non era quella prodotta dall’Ilva”

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Processo Ambiente Svenduto

Da tre udienze il processo Ambiente Svenduto ruota intorno alla perizia tossicologica sugli ovicaprini abbattuti nelle masserie vicino allo stabilimento siderurgico, sul latte che producevano e sulle cozze del Mar Piccolo. Il professor Giuseppe Pompa, già ordinario di tossicologia veterinaria all’Università degli Studi di Milano, testimone della difesa dei Riva e dei vertici dello stabilimento dal 1995 al 2013, rispondendo alle domande dei difensori, dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto, ha illustrato la sua corposa consulenza, anche con l’aiuto di numerose slide.

Il professor Pompa, nel corso della sua testimonianza, ha ribadito le conclusioni della sua corposa consulenza: le attività industriali dell’Ilva sono estranee alla contaminazione di terreni, animali e alimenti. Secondo la tesi accusatoria, diossina, pcb, ipa (idrocarburi policiclici aromatici) e metalli pesanti, hanno avvelenato i terreni circostanti, il fieno o i foraggi dei quali si cibava il bestiame, quindi il latte da esso prodotto e anche i mitili coltivati nelle acque del Mar Piccolo distrutti in gran quantità nel corso delle indagini. Una ricostruzione che si basa essenzialmente su documentazione e analisi tecniche dei periti chimici nominati attraverso l’incidente probatorio dal gip Patrizia Todisco ma anche su altre verifiche di organi di controllo e su relazioni dei custodi nominati dopo il sequestro. In estrema sintesi, le sostanze nocive contenute nel latte di capra, sostiene il perito attraverso una serie di dati tecnici, non sono quelle prodotte dal Siderurgico.

“L’anomala presenza di pcb” viene riconosciuta dall’esperto secondo il quale l’impronta è compatibile non con emissioni e polveri dell’Ilva ma con la diossina di un sito industriale dismesso, l’ex Matra (rimasto in stato di abbandono e non bonificato fino al 2008), sulla cui presenza di era concentrata anche l’attenzione del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto. Si tratta di un’area, in territorio di Statte, “di cui era ben noto il potenziale contaminante nei confronti dell’ambiente”, ha spiegato nella sua relazione. Il latte degli animali da pascolo, come evidenziato dal professore, è “universalmente considerato una sentinella di contaminazione ambientale”, quindi era corretto concentrare le analisi ma, rispetto alla perizia su cui si basa la tesi accu-satoria, la sua relazione giunge a conclusioni diverse. Riguardo alle impronte delle diossine nel latte di capra, secondo il docente universitario “non esiste alcuna diretta correlazione tra l’impronta della fonte di diossine (fieno contaminato) e impronta del latte prodotto dagli animali“.

Il professor Pompa esclude che i pcb contenuti nelle polveri degli elettrofiltri del reparto agglomerazione siano responsabili della contaminazione dei terreni e del latte degli allevamenti, in quanto ha verificato una “incompatibilità fra il profilo delle polveri Esp/meep e quelli dei terreni e del latte degli allevamenti”. Le conclusioni dello studio su cui fa leva l’accusa, inoltre, stando quanto fatto rilevare dal professor Pompa nel corso del suo esame in aula, si basano su un presupposto errato, quello di non considerare la presenza di altre fonti inquinanti nelle vicinanze degli allevamenti.

“La sommaria diagnosi tossicologica basata sulla distanza degli allevamenti dal polo industriale si basava sul presupposto sbagliato che le emissioni Ilva fossero l’unica fonte di diossine e pcb in tutto il territorio e che, pertanto, qualsiasi, contaminazione degli alimenti di origine animale dovesse essere ricondotta a questa fonte, a prescindere da tutte le evidenze di segno contrario“. Il professor Pompa, in sostanza, dopo aver analizzato lo studio su cui poggia la tesi accusatoria, le impronte di pcb e altre sostanze nel latte e nel fegato degli ovicaprini di aziende zootecniche vicine allo stabilimento (alcuni imprenditori fra cui Vincenzo Fornaro sono parte civile nel processo) ha escluso “su basi scientifiche e razionali le responsabilità di Ilva nella contaminazione”.

Fra le relazioni tecniche redatte dal consulente, c’è anche quella sui mitili coltivati in Mar Piccolo distrutti in gran quantità nell’estate del 2013 per ragioni sanitarie perché pericolosi per la salute umana. Nel corso delle indagini era emersa la presenza di metalli pesanti (mercurio, piombo e cadmio), Ipa, sostanze nocive, secondo l’accusa, riversate in mare dal Siderurgico dal 1995 al 2013. Anche riguardo alla riscontrata presenza di sostanze nocive nei mitili, la fonte non è lo stabilimento Ilva poichè lo sversamento è attribuibile ad altre realtà, fra queste, il perito, facendo riferimento alla testimonianza dell’ex ispettore del lavoro Fernando Severini, indica l’Arsenale Militare. E, ancora, fa notare, alcuni scarichi dell’Ilva finiscono in Mar Grande e non in Mar Piccolo. Obiettivo dei difensori degli ex vertici dello stabilimento, fra i quali gli avvocati Pasquale Annichiarico, Luca Perrone, Carmine Urso, Enzo Vozza e Stefano Loiaocono, è quello di smontare l’imputazione più pesante (insieme a quella di disastro ambientale) ossia avvelenamento di sostanze alimentari, facendo leva sulla consulenza tossicologica.

L’esame dei consulenti della difesa, come previsto dal calendario stilato dal presidente Stefania D’Errico, si torna in aula lunedì.

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