24 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 24 Novembre 2020 alle 10:03:37

foto di Giuseppe Mazzini
Giuseppe Mazzini

L’ultimo endecasillabo del sonetto carducciano a Giuseppe Mazzini recita: “Tu sol pensando a ideal sei vero”. E quale poteva o doveva essere l’ideale del grande genovese nel pensiero del poeta Carducci? Certamente l’unità e l’indipendenza dell’Italia dagli Stati stranieri oppressori del suo secolo, compreso anche lo Stato Pontificio. Ma per il Mazzini quella verità l’aveva profetizzata nel secolo che fu suo, Dante Alighieri. Lo aveva scritto in un suo saggio del 1827: “Quando le lettere formavano parte delle Istituzioni, che reggevano i popoli, fu detto il poeta essere un uomo libero, ispirato dai Numi a mostrare agli uomini la verità”.

Fu Dante, per Mazzini, non solo il Poeta sugli altri grandi poeti, ma il suo Profeta, pari ad Omero, testimone della società e rivelatore dell’avvenire, vittima Dante dei suoi fiorentini e, al tempo stesso, “vindice di tutte le ingiustizie e consolatore di tutte le sofferenze”, come ebbe a dire Salvatore Battaglia in una sua conferenza dell’11 dicembre 1965 nell’Aula Magna dell’Università di Napoli per il centro napoletano di studi mazziniani. All’età di ventidue anni, nel 1827, Mazzini scrisse il suo primo saggio “Dell’amor patrio di Dante” saggio che, tuttavia, fu dato alle stampe, per volontà del Tommaseo, anni dopo, nel 1837 nel periodico “Subalpino”.

E bisogna subito precisare che il rapporto fra Mazzini e Dante non fu né critico né filosofico: fu, e dati i tempi di stampo illuminista e risorgimentale, di natura patriottica. Dante, sì grandissimo poeta, ma esule, per amore della verità politica, profeta di una Italia unita sotto un liberatore e anticuriale perché le colpe del Vaticano non erano minori di quelle di certi Comuni dominati da frodi e da violenze. (La famosa lupa e il leone del primo canto infernale). E, a tal punto, sarà ora necessario avviare, anche se breve, un discorso sull’età storica nella quale Mazzini visse e operò ben presto come assertore dell’Unità ed indipendenza nazionale.

Alle sue spalle brillavano, per altezza di pensiero e Alfieri e Foscolo, soprattutto quest’ultimo. Ma ormai per ampi strati della cultura europea (si veda “D’una lettera tura europea” scritta nel 1829 e pubblicata nella “Antologia” del Viesseux) dominava la filosofia illuminista con i suoi sacrosanti principi: la libertà, la giustizia e la fraternità. Tuttavia l’Illuminismo francese in Italia venne a contatto con quel Romanticismo tutto passione per la Libertà della quale alfiere si era proclamato il Berchet con le sue “Fantasie” e le “Romanze” ed anche tutta una narrativa che faceva capo a Tommaso Grossi e a Massimo D’Azeglio. Ma, attraverso Foscolo e Cuoco, Mazzini venne a conoscere il Vico e dal suo pensiero apprese che Dante era l’Omero del Cristianesimo e dell’Italia redenta libera da ogni invasione straniera e dal potere temporale vaticano. In tale momento storico per Mazzini Dante incarnava, come la sua universale poesia e con il suo carattere austero e indomito, un modello incorruttibile.

L’Italia di Dante era dunque la futura patria contro ogni oppressione, contro ogni forma disgregatrice: di qui il tessuto linguistico, quel “volgare” che sarebbe diventato la parola eterna di un popolo redento. Dante, l’esule perpetuo, portava nel cuore l’immagine della patria perduta e nella nostalgia giganteggiavano le dimensioni e i destini. Dante era dunque il poeta della futura Storia d’Italia e della storia risorgimentale. Tanto l’Illuminismo quanto il Romanticismo al Mazzini avevano insegnato la perfetta fusione tra letteratura e azione politica, fra poesia e, cultura e vita. E allora lui, Mazzini, si sentì uno scrittore “militante”. Il destino d’Italia era nel destino di Dante, che, dopo il silenzio cinquecentesco e seicentesco della sua arte tornava prepotentemente con Parini, Alfieri e Foscolo, alla nazionale ribalta. Fondatore non solo di una lingua tutta italiana, ma artefice di idee morali, legislatore di verità e universale maestro tra un popolo e Dio; dalla terra alla luce divina della trascendenza. Poesia, teologia e filosofia nell’unità dell’Arte.

Dante per Mazzini diventava un “canone di fede”. Era veramente il primo “pater patriae”. Con Dante e per Dante Mazzini fondò la “Giovine Italia” qualche anno dopo. Caro direttore, quando da studente universitario in Pisa, visitai con l’illustre storico e docente Delio Cantimori, la casa ove Mazzini morì, esule e sotto altro nome, a me e ai miei compagni di studio colpirono, al di là dei delle bandiere e dei vessilli nazionali, due immagini che sono tutt’ora nella mia memoria e nel mio cuore. Un ritratto di Dante e la misera giacca con una più disadorna camicia che l’Apostolo della nostra Unità Nazionale, aveva indossato da perseguitato esule. Carducci gli dedico queste parole, attualissime: “Quanta grandezza in Mazzini, quanta bassezza morale in noi e quanto debito per l’avvenire per noi tutti”. Parole sacre. Caro direttore, da non dimenticare. Oggi più che mai. E ancora quanto debito abbiamo per lui.

Paolo De Stefano
Socio Ass. Naz. Mazziniana

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