26 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Gennaio 2021 alle 09:11:43

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Alessandro Leogrande, uno scrittore che ci interpella

foto di Alesandro Leogrande
Alessandro Leogrande

Nei primi dieci versi della Divina Commedia, come ha osservato Zygmunt G. Baranski (2000), Dante usa per tre volte la parola «dire» («Quanto a dir qual era»; «dirò delle altre cose»; «Io non so ben dir») riservato di solito ai resoconti con pretesa di verità in opposizione alla mera finzione. Le storie di Leogrande non solo raccontano, ma dicono. Il giovane scrittore tarentino ha cercato la verità, ma per farla concretamente capire e sentire ha avuto bisogno di raccontare parabole: la verità s’incarna nella vita e diviene vita. La dottrina diviene racconto, romanzo.

È l’impegno delle sue pagine, della sua letteratura. Che non predica, ma fa conoscere: “fa vedere” le cose, dà alla parola il massimo dell’evidentia. La parola eloquente, la parola che ha effetto, deve presentare il suo argomento come una cosa viva. Leogrande non impartisce sermoni, ma leggendo le sue storie si capisce, si sente cosa vuol dire vivere nella verità o nella menzogna, nel coraggio o nella paura, nella dignità o nella mortificazione. Operazione che lo scrittore conduce nei suoi libri, nei quali la singolarità individuale dei personaggi si trasforma in universalità collettiva politica. La prosa di Leogrande in effetti scorre, con grazia e leggerezza (« Il discorrere è come il correre, e non come il portare», diceva Galileo Galilei), per buona parte dei suoi libri, “senza portare” nulla, se non il lettore stesso che si lascia trasportare. Incantato a sua volta da questa fittissima narrazione transdisciplinare, che configura un intreccio virtuoso di competenze e conoscenze, il lettore apprende la dimensione etica propria del pathos per il racconto. In questo senso la sua scrittura è un’educazione all’umano, efficace solo se non si propone in chiave didascalica, ma lo fa d’istinto, con la rappresentazione delle cose. Anche l’educare in senso stretto, d’altra parte, è efficace solo se non predica, ma indica un comportamento con l’esempio, e se ne fa sentire i valori. La rappresentazione letteraria è anche un giudizio, ma implicito e sempre comprensivo della totalità.

La funzione narrativa assume uno strato concettuale, un nucleo di idee, ma lo mimetizza, lo camuffa, lo cola nei dialoghi dei suoi personaggi. La sua lingua si discosta dall’ “italiano editoriale” (l’ “italiano degli editor”) che segue di solito logiche mercantili a cui pare rassegnata la larga maggioranza dei narratori contemporanei. Uno stile incolore, insapore e privo di musicalità in cui chiunque può cimentarsi, alla peggio con il concorso di un make up, un maquillage redazionale. Un italiano a cui viene attribuito almeno all’ultimo strato «l’uniforme patina di cui lingua, stile, e persino elementi strutturali e architettonici dei testi paiono placcati» (Lorenzo Tomasin, Sole 24Ore, 27 maggio2018). La scrittura di Alessandro smette di essere dato, documento cui appoggiarsi, per diventare una «storia», una «fabula», da reinventare sempre, attraverso riprese, modificazioni, spostamenti dei suoi elementi: il narrare resta ancora una pratica artigianale nel senso forte che l’etimo suggerisce, non già confinata a pratica kitch.

Sono pagine, quelle di Leogrande, cariche di ricerca con il gusto dell’archeologo, che diventano incursioni nel tesoro delle vite di uomini ridotti in schiavitù, alla scoperta di aspetti sempre più nascosti da portare alla luce del pensiero ma anche del mondo. Leogrande ha conosciuto i «nuovi schiavi nelle campagne del Sud» e studiato la logica perversa delle «frontiere». Le sue storie -giova ripeterlo- dicono. I suoi personaggi hanno la vocazione a contrapporsi, a non essere sempre vittime, anzi mai. Neppure nella più scandalosa e irredimibile sconfitta, ti coinvolgono in quello (di solito un sopruso!) che non deve restare nascosto. Si confidano quasi con noi. E tu lettore, se sei tirato dentro, e diventi testimone, non puoi non sentirti invitato a giurare per la verità. E dunque l’indignarti! L’indignatio pretende, postula, tira in ballo il consenso. Questo distingue la narrativa di Leogrande: è la sua cifra. Ovvero la portata pubblica, collettiva (per me politica), di ogni vita che mette in scena. È l’impegno dello scrittore. Notevole la sua bravura letteraria. La sua memoria, la sua conoscenza dei fatti, l’analisi dei dati, il suo eclettismo registico rinviano alla grande letteratura.

Leggendolo si ha l’impressione che non stia inventando nulla (anche se l’invenzione c’è!) ma solo raccogliendo pezzi di vita vera. Una scrittura che, se rispetta la velocità del chattare e gli effetti della “presa diretta”, è a tenue intensità emotiva: riconosce il beneficio della lentezza e rivendica il proprio diritto alla meditazione digressiva. «La scrittura – affermava – chiede che la si intenda come indagine; un’indagine doppiamente approfondita: per un verso, indaga il mondo con il suo punto di vista esclusivo; per un altro, indaga se stessa». Chiudo con un passo di un suo libro: «Fino a che punto è lecito scavare, porre e porsi domande, interrogare i superstiti? Qual è il punto esatto in cui il dovere della memoria sconfina nella morbosità? Come evitare di essere parte di un processo di spettacolarizzazione? Cosa raccontare, su cosa fissare lo sguardo per sottrarsi a tale rischio? Come farsi testimone dell’unicità della ferita?» (La frontiera, Feltrinelli, Milano 2015). Un libro, un romanzo, come un prolungato esercizio di stile che inanella molte microstorie entro una cornice narrativa che spesso si fa metanarrazione epperciò scuola di scrittura.

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