01 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 01 Agosto 2021 alle 17:54:00

Cronaca News

Accordo Governo-Arcelor Mittal, i sindacati non si fidano

foto di Lavoratori Arcelor Mittal
Lavoratori Arcelor Mittal

Fim, Fiom e Uilm non si fidano del Governo. Lo hanno detto senza mezzi termini durante la conferenza stampa tenuta ieri mattina a Roma. Ecco perché malgrado l’annuncio del presidente Conte dell’altra sera e le rassicurazioni dell’ad Morselli sulla positiva conclusione della trattativa con ArcelorMittal entro lunedì 30 novembre la giornata di mobilitazione nazionale si è tenuta ugualmente. I leader nazionali di Fim, Fiom e Uil Roberto Benaglia, Francesca Re David e Rocco Palombella, temono che lo scarso coinvolgimento possa nascondere qualche sgradita sorpresa. I timori sono legati ai possibili esuberi che potrebbero scaturire dalla trasformazione green dello stabilimento tarantino. Ad alimentare dubbi e sospetti è anche l’assenza di notizie sui termini dell’accordo e l’attesa convocazione dei ministri Patuanelli e Gualtieri che non è arrivata.

“La Morselli è stata più gentile del governo. Con lei siamo riusciti a incontrarci”. Ha ironizzato Palombella. “Di fronte ad una situazione così difficile abbiamo deciso di continuare a manifestare. Lo facciamo per un tema che ha assunto una rilevanza mondiale – ha sottolineato Palombella – come dimostra il sostegno alla nostra iniziativa giunto dai sindacati europeo e mondiale dei metalmeccanici. Quindi la nostra giornata di mobilitazione assume anche una rilevanza particolare sui tempi che abbiamo messo al centro della nostra iniziativa. Questa manifestazione ha un messaggio fondamentale: continuare a rivendicare il diritto al lavoro, alla sicurezza, alla salvaguardia dei salari, alla salute e all’ambiente. La vertenza Ilva è scoppiata per responsabilità di una certa imprenditoria ma anche dello Stato. Noi dal 2012, per lo stabilimento di Taranto, rincorriamo un assetto produttivo e una salvaguardia occupazionale, ma perseguiamo anche una salvaguardia ambientale”.

Sono sopprattutto i risultati della gestione degli ultimi sei anni a suscitare la diffidenza delle organizzazioni di categoria dei metalmeccanici: “Non possiamo fidarci a scatola chiusa dell’ingresso nella società con ArcelorMittal, perché lo Stato ha gestito gli stabilimenti dal 2012 al 2018 con un fallimento sotto ogni punto di vista e senza porre in atto alcuna iniziativa per il rilancio. L’Ilva è stata utilizzata solo come una disputa elettorale. L’accordo del 6 settembre 2018, firmato al Mise da Governo, ArcelorMittal e sindacati è stato poi disatteso – incalza il leader della Uilm – per responsabilità sia dell’Esecutivo che della multinazionale e questo non è accettabile.

Sia l’intesa del 4 marzo che quella che ci sarà il 30 novembre ci hanno visti solamente spettatori e per questo non ci sentiamo vincolati in nessun modo. Vogliamo conoscere e discutere, senza accordi pre confezionati, del piano industriale e occupazionale, con l’imprescindibile salvaguardia sia dei dipendenti, che dei 1700 in Ilva as e quelli dell’indotto”. I segretari di Fim, Fiom e Uilm hanno spiegato che non firmeranno un eventuale accordo che contenga esuberi, riduzioni salariali e tempi lunghi per il piano industriale e ambientale.

“L’ex Ilva rappresenta la vertenza madre non solo della siderurgia ma del futuro del nostro Paese. Chiediamo un piano industriale del quale sentiamo parlare ma non conosciamo i termini. Due anni fa come oggi non siamo stati consultati preventivamente su investimenti, assetti e salvaguardia livelli occupazionali. Un piano da sviluppare entro il 2023 è diventato poi carta straccia. Ora è in vista un nuovo accordo che si concretizzerà fra pochi giorni, del quale non sappiamo nulla. Anche negli ultimi incontri non abbiamo ricevuto le risposte alle nostre domande e siamo ancora in attesa di una convocazione dal ministro Patuanelli. Dalla Morselli abbiamo appreso informalmente di quest’intesa sull’ingresso dello Stato con una quota di maggioranza. Loro sostengono che il 30 novembre firmeranno questo accordo. Noi non ci sentiamo vincolati a quello che loro stabiliranno il 30. Noi vogliamo conoscere il piano industriale per esprimere il nostro giudizio. Non se ne venissero con esuberi. I 10.700 lavoratori sono un vincolo. I 2700 lavoratori in amministrazione straordinaria devono rientrare al lavoro entro il 2023.

Ora sentiamo circolare il 2025. Cinque anni sono un’eternità e non vogliamo sentir parlare di ammortizzatori sociali. Non se ne venissero a porre problemi di costi del lavoro, perchè siamo fermi con l’integrativo da diversi anni. Senza il piano ambientale non c’è futuro per lo stabilimento di Taranto che è fondamentale per il mantenimento dei livelli occupazionali degli altri stabilimenti. Lo stabilimento di Taranto ha meritato e merita un’attenzione diversa perché noi difendiamo i lavoratori come i cittadini di Taranto. Che non se ne vengano con soluzioni alternative perchè per noi esuberi non ce ne sono. Non vogliamo che la cassa integrazione diventi strutturale”.

Sulla gestione di ArcerloMittal e la necessità di voltare pagina sul fronte delle relazioni industriali si è soffermata Francesca Re David, segretaria della Fiom: Non condividiamo la gestione di ArcerlorMittal nelle relazioni industriali e nel rapporto con la città, perché le esigenze dei lavoratori sono le esigenze della città. In Italia c’è questa abitudine, le multinazionali possono non rispettare gli accordi, poi trattano col governo. Nei nostri confronti c’è stata una totale mancanza di rispetto non solo perché siamo stati tagliati fuori da qualsiasi discussione ma anche per quello che è accaduto all’interno degli stabilimenti – Redavid parla al plurale in considerazione di quanto accaduto di recente a Genova – dove ci sono stati anche dei licenziamenti. Sappiamo che il mercato dell’acciaio sta andando alla grande, sappiamo che col Recovery Fund arriveranno cospicue risorse ma non sappiamo come saranno utilizzate, con quali progetti. Il governo deve rendersi conto che questo atteggiamento è irrispettoso verso i lavoratori e i cittadini di Taranto non solo verso i sindacati”.

Roberto Benaglia, della Fim, in sintonia con gli altri segretari sulle questioni degli investimenti e sul timore degli esuberi, ricorda le potenzialità dello stabilimento di Taranto. “E’ il più grande d’Europa e fino qualche anno fa generava l’1% del Pil dell’Italia. Secondo le previsioni della stessa azienda, lo stabilimento di Taranto chiuderà con i volumi più bassi della sua storia, 3 milioni e 300mila tonnellate, meno della metà di quello che si produceva all’inizio di questa vertenza. E non basta dire che è colpa del Covid. In questa fase delicata , il governo, da quello che sappiamo, si appresta ad entrare nella società, non solo come garante pubblico ma come investitore dell’acciaio. Noi chiediamo che la continuità gestionale e produttiva venga assicurata. Chiediamo al governo più chiarezza sulle condizioni. Noi abbiamo avuto solo la conferma della probabile firma dell’accordo finanziario fra ArcerloMittal e Invitalia. Di investimenti ambientali per la trasformazione green e nuove tecnologie non sappiamo nulla”.

Le perplessità dei segretari sono alimentate dalle recenti dichiarazioni sulla decarbonizzazione da parte di Patuanelli: “Serve univocità dal Governo, non dichiarazioni contrastanti e incompatibili. Altrimenti si rischia che l’ex Ilva venga strumentalizzata a fini politici tra le diverse fazioni presenti nella maggioranza. Il timore – sottolineano – è che le dispute interne al governo si trasferiscano nel consiglio di amministrazione dell’azienda”. Per l’instabilità politica che ha caratterizzato le coalizioni degli ultimi anni, dunque, la presenza del Governo non viene ritenuta una garanzia. La sbandierata trasformazione green del ciclo produttivo dovrà tenere conto di un altro aspetto: le dimensioni dello stabilimento e la compatibilità con la trasformazione green. Ma questo per Palombella non dovrebbe essere un ostacolo insuperabile: “La capacità installata di 11 milioni di tonnellate dello stabilimento di Taranto ormai non c’è più, da tempo. Attualmente lo stabilimento è sui 3 milioni di tonnellate e dovrebbe produrne il doppio. Credo che il nodo cruciale sia la transizione, con i suoi tempi, verso una trasformazione green”.

Il destino dello stabilimento è legato anche alle sorti dell’area a caldo, sotto sequestro dal 26 luglio 2012 e alle decisioni della magistratura. E questo rende la situazione è molto più complessa. Parallelamente alla conferenza stampa, davanti agli stabilimenti di Taranto e Genova gli operai hanno tenuto dei presidi di lavoratori che hanno scioperato per due ore e manifestato con bandiere e mascherina.”Abbiamo dimostrato – è stato il commento in conferenza stampa- che anche col Covid si può manifestare in modo alternativo”.

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