25 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

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Terremoto in Irpinia, memorie di un volontario

foto di Terremoto in Irpinia
Terremoto in Irpinia

Un viaggio indimenticabile nel dolore. Frequentavo la redazione del “Corriere del giorno” già da qualche mese, quando fui chiamato al servizio militare, il 1° luglio 1980. Per fortuna ero riuscito ad arruolarmi in Aeronautica, e il servizio lo prestavo all’Aeroporto di Grottaglie, così la sera, esclusi i giorni di guardia, potevo continuare a lavorare, come avevo fatto anche grazie a una lunga convalescenza goduta per un’otite. Ero quasi al giro di boa quando la terra tremò quel 23 novembre. Quando, qualche giorno dopo, il comando dell’AM diramò la circolare per organizzare un convoglio di volontari, non tentennai neanche un attimo, ma al giornale dissi, per non correre rischi, che ero stato coscritto in quando inquadrato come aviere infermiere, e non avevo potuto rifiutare. Il convoglio fu organizzato per il 28 o 29 novembre, non ricordo con esattezza. Eravamo due grottagliesi nella truppa, con me c’era Giovanni, un bravissimo ragazzo morto prematuramente qualche anno fa.

Partimmo prima dell’alba e quel viaggio fu un serio tentativo di minare il nostro entusiasmo. Il convoglio attraversava tutta la regione, in un viaggio interminabile a passo d’uomo, per raccogliere i pezzi che man mano si aggregavano da tutte le basi e gli aeroporti. A Grottaglie fummo raccolti alle prime ore della notte, dal convoglio proveniente da Brindisi; passammo poi da Taranto, Gioia del Colle, Bari e non ricordo da dove altro. Ricordo solo che per coprire i circa 330 chilometri da Taranto a Pozzuoli, dove saremmo stati alloggiati, nella sede dell’Accademia aeronautica, impiegammo circa 18 ore, con una media asfissiante, intorno ai 20/25 chilometri l’ora. Ricordo che in una sosta, a una stazione di servizio, incrociammo un gruppo di giovani medici volontari, che si erano recati spontaneamente a prestare i primi soccorsi e se ne tornavano con la tragedia impressa sui volti tetri, gli occhi lontani, prosciugati dalle lacrime che avevano versato. Quando chiesi a uno di loro che cosa avevano visto, scrollò la testa e disse solo: “è stata molto dura!”.

Cenammo che era notte e fu una delle poche volte che ci sedemmo a mangiare attorno a un tavolo. In genere dovevamo cavarcela con la razione viveri. Ricevemmo abbigliamenti imbottiti, che non impedivano al freddo di quelle regioni di penetrare in profondità. Alla luce del mattino, con le prime missioni, per la verità molto disorganizzate, (con c’era ancora la Protezione civile), la distruzione di quei posti appariva in tutta la sua portata. Un senso di impotenza pervase presto tutti. Il nostro compito principale era quello di prelevare rifornimenti che arrivavano all’aeroporto militare di Capodichino e portarli nei paesi terremotati, nei luoghi in cui era più necessaria l’assistenza, ma muoversi era complicato, gli ordini evidentemente oscuri.

La nostra arma era poco avvezza ad attività di questo tipo e i nostri movimenti sempre scoordinati. Ricordo che quando qualche commilitone riferì ai superiori che c’era un giornalista nel reparto, che poi ero io, venne diramato un ordine di servizio che vietava tassativamente di diffondere notizie all’esterno, pena non so quale provvedimento. Fu anche per quello che io mai raccontai quello che era accaduto, né tanto meno ne scrissi al mio ritorno, sebbene richiesto dal direttore, dal momento che il mio congedo era ancora lontano. Ma ricordo le provviste di latte fresco, inopinatamente accumulato, che non si faceva a tempo a consegnare prima della scadenza. Ricordo montagne di materassi accatastati all’aperto, perché l’hangar era già stracolmo di roba, e che marcivano sotto la pioggia battente. Ricordo la corsa per consegnare il pane fresco da un capo all’altro del territorio, che fresco non arrivava certo a decine di chilometri di distanza tra strade poco praticabili e intasate anche da troppi che disordinatamente cercavano di dare una mano. E spesso erano solo d’intralcio.

E spesso il pane arrivava tra le abitazioni crollate o abbandonate, e non sapevi a chi darlo. Come distribuirlo. Così una volta, lo ricordo con tenerezza e pietà, siccome si era fatto ormai tardi, si decise di dirottarlo verso la Scuola degli agenti penitenziari di Portici, per evitare che andasse perso. I futuri agenti furono molto ospitali, ci accolsero come marziani per via dei nostro strani scafandri e si chiedevano, senza osare dirlo, che ne avrebbero fatto di tutto quel pane. Non voglio parlare della gente che incontravamo in quei paesi meravigliosi, che erano trasformati in un presepe in disfacimento. Sul quale non brillavano luci se non le fotocellule dei militari e di Vigili del fuoco. Che viveva quella condanna immeritata con una dignità e una compostezza trasfigurante. Di quei paesi che sono rimasti a lungo un pezzo d’Italia disfatto, prima di essere restituiti alla dignità di un popolo straordinario.

Non voglio correre il rischio della retorica né del patetismo. Molti altri hanno già ricordato. Poi i giorni passarono. Passò l’Immacolata e si avvicinava il Natale. Fui in angoscia in quei giorni. Poi si impostò il viaggio di ritorno. Questa volta, per fortuna, non ci fu un convoglio, ma ogni gruppo tornò alla base per proprio conto. Il ricordo di qui giorni incrocia, nella mia memoria, la desolazione per quel disfacimento, la rabbia per un servizio punteggiato dall’inefficienza, il puzzo di zolfo che dalle solfatare invadeva Pozzuoli, e quale non era facile abituarsi. Il lamento sordo che rimaneva nelle orecchie. Quel Natale per me fu come una travagliata rinascita. Il dolore di un popolo sicuramente incancellabile, ammonitore, solenne. Non fu un caso che si decidesse, proprio quella volta, di creare la protezione civile.

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