27 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2021 alle 16:40:07

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Ma insomma vogliamo dire una parola chiara e senza peli sulla lingua sul marasma nel quale si è cacciata la sanità calabrese? In premessa voglio dire che chi scrive è un calabrese che ama visceralmente la sua terra e quindi è abilitato più di ogni altro a parlarne male. E allora quale l’analisi dei fatti accaduti negli ultimi giorni che hanno fatto scoppiare un bubbone che in verità esplicita la sua nefasta virulenza da decenni. Infatti non dimentichiamo che la sanità calabrese è commissariata da dieci anni. La farsa delle nomine del commissario alla sanità in Calabria ha del surreale. Comincia con la performance televisiva del generale Cotticelli nella quale il nostro generale (a proposito mi chiedo come abbia potuto fare il generale dei carabinieri un personaggio del genere) apprende in diretta televisiva, maltrattato dalla sua segretaria che gli rimprovera di non prepararsi, che tra i suoi compiti c’era quello di fare un piano anticovid. Se fosse vivo il grande Eduardo ne trarrebbe spunto per una sua commedia.

Dopo la figuraccia di Cotticelli il secondo atto della farsa è targato Giuseppe Zuccatelli nominato commissario da Speranza in quanto amico di Bersani candidato non eletto Leu in Emilia e Romagna il quale sostiene che per infettarsi occorre “baciarsi lingua in bocca per tre ore”. Nel terzo atto di questa farsa viene nominato commissario Eugenio Gaudio che dopo 24 ore rifiuta l’incarico perchè se accetta la moglie gli fa trovare a pranzo gli spaghetti scotti. E infine la paventata nomina di Gino Strada!!! Ma come viene in mente a Speranza e a Conte di nominare Gino Strada “collaboratore” di Eugenio Gaudio. Personalmente sono un grande estimatore di Gino Strada ma Strada non può essere utilizzato per far quadrare i conti in una situazione ingarbugliata e marcia come quella della sanità calabrese. Strada è altra cosa, è uomo di frontiera che costruisce ospedali dal nulla in zone a rischio, disastrate e ai limiti della sopravvivenza, non è uomo da tavolino e non è un imbrattacarte.

Ma voi ve lo vedete a Gino Strada fare di conto con gli occhialini e la calcolatrice, analizzare bilanci, trovare nelle pieghe dei bilanci chi ha rubato? Con tutta l’ammirazione per Strada devo dire che sarebbe sprecato e inadatto alla bisogna. Una mossa demagogica da foglia di fico per coprire scelte imbarazzanti operate da gente che sta nel pallone. Ora questa è l’analisi della situazione sulla quale occorre porsi delle domande: perché nessuno vuole andare a fare il commissario sanità in Calabria? Perché falliscono tutti i commissari? Perché malgrado l’impegno di governi diversi non si riesce a trovare la persona giusta per affrontare i nodi irrisolti di una sanità marcia che fa acqua da tutte le parti, con la corruzione ad ogni piè sospinto, che macina miliardi in sprechi infiniti, in opere non terminate, in attrezzature inesistenti con ospedali al collasso e il risultato di offrire i livelli più scarsi di assistenza sanitaria in Italia?

La verità è una sola ed è che il corpo stesso della sanità calabrese e gran parte della stessa classe dirigente calabrese sono marci dentro e su un corpo malato e afflitto da un tumore maligno non si interviene con i pannicelli caldi del commissario o della terapia medica ma ci vuole una cura da cavallo e il bisturi che incida in maniera profonda. E qual è il male che affligge la sanità calabrese e, io aggiungo, gran parte della classe dirigente calabrese? E’ l’intreccio perverso tra istituzioni, politica sporca, ndrangheta, gruppi deviati della massoneria, imprenditoria parassitaria che vive di clientele, compromissioni, collusioni, complicità e corruzioni del potere pubblico. Non da oggi la ndrangheta in Calabria ha fatto il salto di qualità e si è istituzionalizzata e, in maniera silenziosa come è nel suo costume, ha bruciato le tappe che la mafia ha percorso in decenni di attività.

La ndrangheta ha dismesso “i zaricchi” e il cappello a punta del brigante ed ha indossato il doppio petto del burocrate, del politico, dell’amministratore. Anzi è diventata essa stessa politico e amministratore. Ancora oggi certi sociologi del piffero e certi studiosi rimasti allo ieri continuano a descriverci la ndrangheta come un’organizzazione contadina, tribale familistica ed efferata e invece ormai da decenni la ndrangheta ha fatto il salto di qualità, si è infiltrata nelle istituzioni pubbliche, ormai non determina solo chi deve essere eletto e chi no, ma governa essa stessa attraverso i suoi uomini che fa eleggere nei comuni e nella regione direttamente e a viso aperto (lo scioglimento di innumerevoli comuni calabresi per infiltrazioni mafiose ne è la conferma). La ndrangheta ha operato una vera e propria saldatura con pezzi deviati della massoneria che controllano enti pubblici, stazioni appaltanti, istituzioni che decidono appalti, assunzioni. Essa utilizzando questi intrecci, queste complicità e queste collusioni non solo decide a chi deve essere affidata la realizzazione di un ospedale o di una strada ma decide anche quale opera pubblica realizzare che serva ai suoi interessi.

Una conferma diretta ci viene dall’ultimo arrestato il Presidente del Consiglio regionale calabrese, uno che aveva legami ben saldi con le ndrine. In una situazione del genere qualunque commissario è destinato a fallire poiché è costretto a seguire delle regole che hanno dettato quegli stessi che hanno portato alla degenerazione del sistema. E allora ci vuole un commissario forte, autorevole, di ultrasicura affidabilità, possibilmente non calabrese, dotato di pieni poteri, competente e di grande esperienza (ovviamente non di grande esperienza fatta in Calabria) che abbia davvero carta bianca, che risponda direttamente al Capo del Governo, che non debba avere timore di opporre dinieghi, riscrivere le regole, che non tenga conto di niente e di nessuno tranne che degli interessi dei calabresi, che scopra le carte, denunci il malaffare ovunque si annidi, denunci le responsabilità ovunque esse si annidano senza remore e senza sconti, che indica gare e concorsi con commissioni che non abbiano nulla a che fare con l’ambiente e il mielieu calabrese, ovviamente ultra protetto e giammai lasciato solo dal governo centrale.

Un magistrato? Un militare? Un finanziere? Un carabiniere? Perché no. Mi si opporrà che in Calabria ci sono fior fiore di managers al di sopra di ogni sospetto capaci di assolvere in maniera egregia a questo ruolo perché non tutti in Calabria sono incompetenti, collusi e complici. Certamente. Non ci sono dubbi che la Calabria sia una terra meravigliosa che ha mille risorse ma il milieu, l’influenza ambientale, le amicizie, i rapporti tra gli amici degli amici, anche se non toccano direttamente finiscono comunque per lambire e coinvolgere. Questo significa essere contro i calabresi? Certamente no perché quando dico queste cose da calabrese ho in mente la lezione di un grande meridionalista e socialista pugliese Gaetano Salvemini il quale a proposito della vexata quaestio meridionale diceva che del sud bisogna che ne parlino male i meridionali perché ne sanno parlare male in maniera appropriata.

Infatti, se del sud non ne parliamo male noi meridionali ne parleranno male gli altri e in maniera distorta. E “parlar male” della Calabria in senso appropriato significa dire pare al pane e vino al vino senza il timore di urtare interessi precostituiti di qualsiasi natura, economica, politica, familiare, di clan, far emergere le distorsioni, le complicità e la corruttela, facendo esplicitamente nomi cognomi e indirizzi, facendo la diagnosi ma proponendo nel contempo i rimedi drastici, magari dolorosi, senza remore, condizionamenti o timori nei confronti di nessuno.

 

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