23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 12:23:14

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Gastronomia e letteratura: storia di una storica relazione

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Gastronomia e letteratura

Letteratura gastronomica e gastronomia nella letteratura. Non sono la stessa cosa, anche se hanno strette correlazioni. Per esempio, i manuali di cucina (o anche di convivialità, alimentazione e cucina incluse) sono una cosa; poemi, poesie, novelle e romanzi tutt’altra. Ma a volte le carte si mischiano, i linguaggi si confondono… Già sappiamo che per l’antichità ci son quasi più ricette (o accenni di ricette) in Orazio e nel Satyricon di Petronio che nel poco che resta della manualistica specialistica (dei mille anni di Roma antica ci restano solo la piccola sezione di ricette del De agri cultura di Catone ed Apicio…); ma anche dopo la parentesi dell’alto Medio Evo e la riapparizione della trattatistica culinaria e gastronomica, qualcosa della sottile arte combinatoria dei sapori trasmigra in letteratura.

Di come si condivano gli gnocchi, per esempio (gnocchi di pane, ovviamente non di patate, visto che le patate stavano ancora in America; più simili ai nostri canederli anche se più piccoli e meno “farciti”, insomma; o al limite gnocchi di farine e semola legate con le uova…) ci dice più Boccaccio che non il Liber de coquina o Martino da Como (che non ne parlano). Proprio lui, il padre della prosa italiana, che nel Paese di Bengodi i “maccheroni” (sotto quel nome nel Medio Evo si celavano ancora proprio gli gnocchi) li fa rotolare, così come i ravioli, giù per montagne di Parmigiano grattugiato, dopo averli fatti cuocere nel brodo di capponi.

Niente spezie, come invece ci aspetteremmo: perché il Bengodi della novella di Calandrino è un Bengodi popolaresco, e le spezie, per le quali pure il Medio Evo, come anche il successivo Rinascimento farà, nutriva una passione smodata, erano costosissime… Non senza ricordare fra i riferimenti gastronomici nel Decameron la sapida novella della coscia di gru trafugata dal cuoco Chichibio, ci spostiamo di qualche tempo, fino alla seconda metà del Quattrocento, per spigolare nel “Morgante” di Luigi Pulci riferimenti gastronomici a iosa (Morgante e Margutte, il gigante ed il mezzogigante, i due protagonisti del poemetto eroicomico, ispirarono, insieme con Teofilo Folengo, un certo Rabelais che è il riconosciuto padre cinquecentesco della prosa francese…), inclusa una blasfema versione gastronomica del Credo che poche decenni dopo, in clima di Controriforma, gli sarebbe potuta costare molto cara; ma eravamo ancora nel clima godereccio del Rinascimento, e Pulci – protetto da Lorenzo de’Medici, poi al servizio del condottiero Roberto da Sanseverino – la passò liscia, anche se gli aleggiava sempre intorno odor di zolfo, e venuto a morte gli fu negata la sepoltura cristiana.. Parla Margutte: “io non credo più al nero ch’a l’azzurro, / ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto; / e credo alcuna volta anco nel burro, / nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto, / e molto più nell’aspro che il mangurro; / ma sopra tutto nel buon vino ho fede, / e credo che sia salvo chi gli crede; / e credo nella torta e nel tortello: / l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo; / e ‘l vero paternostro è il fegatello, / e posson esser tre, due ed un solo, / e diriva dal fegato almen quello”.

Pulci fu un ispiratore di Rabelais; ma ancor più importante nell’influenzare la creazione di Gargantua e Pantagruel fu un’opera in Latino, il “Baldus”, di un bizzarro spirito, che si firmava Merlin Cocai ma aveva nome Teofilo Folengo. Agì nella prima metà del ‘500, e per quanto ormai fuori tempo come scrittore, intestardito col suo Latino per quanto maccheronico (a proposito, l’aggettivo deriva dalle sue “Maccheronee” – versi in Latino, al cui interno nella prima edizione figurava anche il “Baldus” – non senza la suggestione di quel “Latino da cucina” che usavano i trattatisti coquinari trecenteschi, fortemente influenzato da sintassi e parole ormai più italiane che latine), creò un autentico capolavoro.

“Non fa per me – proclama nel proemio del “Baldus” – la chiacchiera del Parnaso. Ma solo le Muse mangione vengano qui a imboccare il loro caro poeta di gnocchi, e mi diano cinque o anche otto tegami di polenta fumante. Queste sono le mie dee e le mie ninfe, bell’e grasse che colano; e il loro albergo, la regione e terra loro è lontana lontana. Alpi di formaggio sono quelle che noi abbiamo passato di là – formaggio ora tenero, ora ben stagionato, ora di mezza via. Corrono giù in basso fiumi di buon brodo che poi vanno a finire in un lago di zuppa, in un pelago di stracotti. E qui passano e ripassano barche e brigantini, a migliaia, tutti di torta: e sopra ci stanno le mie Muse e gettano reti cucite con budelle di maiale e con trippe di vitello, e pescano gnocchi, frittelle e gialle tomacelle [polpette di frattaglie]”. Nel XIV libro del “Baldus”, poi, sempre in Latino maccheronico, ci sono sotto l’insegna di “XX docrinae cosinandi”, venti vere e proprie ricette di cucina. Per le quali vi diamo appuntamento alla settimana prossima.

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