16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 15:43:58

Cultura News

L’opaco salva il nostro privato

foto di Lo scrittore Édouard Glissant
Lo scrittore Édouard Glissant

L’opaco non gode di buona fama nella cultura occidentale; è piuttosto riconosciuto come valore negativo al pari di tutto ciò che è oscuro, celato, incerto. Paolo Mauro ha dedicato un saggio alle tenebre (Buio, Einaudi, Torino 2007) quali metafora del male: il buio mette paura; l’oscuro esprime il lutto, il nero evoca sciagure. Oggi è stata una «giornata nera!» non è solo un modo di dire.

La luce, al contrario, è la proprietà che incanta e segna il bello e il vero. In tutte le civiltà essa passa da fenomeno fisico ad archetipo simbolico,connotato da un ampio spettro di iridescenze metaforiche, soprattutto di qualità religiosa: «Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu!» (Genesi,1,3). La luce è simbolo da sempre: e non solo perché le grandi religioni ne parlano in modo simbolico; ma perché è ciò che ci serve per vivere, per sapere dove andare. E per aiutarci a trovare il futuro. Come la chiarezza, la trasparenza (proprietà affascinante di un mare o di un diamante) è anche il simbolo di valori morali: di onestà e di correttezza.

Da Aristotele in poi la vista è infatti il senso più nobile, legato ai valori più alti: si ha bisogno di luminosità, a differenza degli altri sensi, considerati secondari, quali l’odorato o il tatto (che Hegel addirittura associava alle culture da lui ritenute inferiori quale l’africana). La superiorità della vista che può esercitarsi solo ove sia sostenuta dalla luce – rispetto a ogni altra esperienza che tragga origine dai sensi (si pensi all’universo dei significati connessi con l’udito o il tatto, con l’olfatto o il gusto) – è senza dubbio uno dei tratti più persistenti e caratteristici della cultura occidentale. Ora vedere tutto ed essere visti (fino a essere radiografati) in ogni piega della propria esistenza è davvero, e sempre, un valore ? E nel rapporto con gli altri in generale e nella relazione genitori figli in particolare è giusto pretendere lo scandaglio? Édouard Glissant (1928-2011), nato nei Caraibi, ha dedicato saggi stimolanti sul ruolo positivo dell’opacità nel rapporto tra le culture e le persone.

Sur l’opacité ci tuffa nell’intricato reticolo delle storie narrate da William Faulkner. Le zone oscure, non trasparenti, dell’opera faulkneriana affascinano in quanto gli permettono di immaginare una relazione con i testi (e con gli esseri umani) in cui la comprensione non sia l’unica via di approccio all’altro: «Così l’opacità si impadronisce delle meccaniche, delle tecniche dello svelamento: per oscurarlo. Perché lo svelamento ha come missione non tanto di giungere, […] a una verità, ma piuttosto di alimentare un’inquietudine, una vertigine (Intention poétique, Editions du Seuil, Paris 1959, p.180). Secondo lo scrittore martinicano la (eccessiva) trasparenza si rivela puro strumento di dominio e di livellamento. Anche la ragione che vuole tutto comprendere – ossia ridurre alle proprie misure- può essere violenza. Il voler comprendere tutto può, e non raramente, essere una forma di sopraffazione, di oscuramento di una realtà che, con la (troppa) luce, si falsifica, si altera ontologicamente. Come indica l’etimologia, afferma Glissant, in cui c’è «il movimento delle mani che prendono ciò che le circonda e lo riportano a sé» (Sur l’opacité): com-prendere (specie nell’accezione francese comprendre) è afferrare, impossessarsi.

È ricondurre – e addirittura ridurre – l’altro a se stessi, alla propria scala di valori, alla propria ermeneutica. Nelle relazioni fra le culture alcune di esse, le più grandi, hanno compenetrato il mondo con la loro luce, ma l’hanno pure ridotto a loro specchio, a loro immagine e somiglianza. Il pensiero va all’atto di accusa di un personaggio dell’Agricola di Tacito contro la voracità imperialistica dei Romani: «Il depredare, il massacrare, il rapinare (auferre, trucidare, rapere) con falsi nomi li chiamano “impero”(imperium), o dove fanno il deserto lo chiamano “pace” (pacem appellant)» (cap.XXX, par. 4/7).

Pertanto la trasparenza non appare più, o non sempre, come il fondo dello specchio in cui l’umanità occidentale rifletteva il mondo a sua immagine; in fondo allo specchio c’è ora opacità, tutto un limo depositato dai popoli, limo fertile, ma, a dire il vero, incerto, inesplorato, ancor oggi molto spesso negato o offuscato, di cui non possiamo non vivere la presenza insistente . « Rivendico – afferma Glissant – per tutti il diritto all’opacità». Il che – si badi – non vuol dire negare l’immagine impressa, per esempio, al mondo dalla civiltà greca, ma, e più semplicemente, non trascurare di rilevare la fecondità di quel limo nascosto che può arricchirla solo se non viene prosciugato: il potenziale creativo delle sue innumerevoli componenti danno vita solo se rispettate nella loro erranza clandestina, senz’essere troppo sottoposte alla lente che, mentre le discerne, le offusca, e fatalmente le brucia. Nella rifrazione pedagogica, e in particolare nel rapporto genitori-figli, ogni educazione deve lasciare un margine a ciò che irriducibilmente altro. Fino a che punto è legittimo illuminare, sottoporre i silenzi, le zone buie del figlio o della figlia ai raggi X? C’è un limite pure alla conoscenza, oltre il quale essa può diventare una lente d’ingrandimento che altera le proporzioni. Nel buio del profondo c’è tutto: anche un pulviscolo di pulsioni che, se smentiscono le nostre tavole della volontà di sapere, salvano il nostro io dall’intrusione. Rivendicare il diritto all’opacità anche nei rapporti affettivi (o amicali) più intensi e nella stessa passione per la persona amata può aiutarci ad avere un io da custodire. Oggi più che mai necessario in un’ umanità sempre in vetrina.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche