26 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Luglio 2021 alle 17:47:00

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“Contemporanei”, l’ultimo lavoro di Giacinto Spagnoletti

Giacinto Spagnoletti
Giacinto Spagnoletti

“I nostri contemporanei” (Editore Spirali, 1997, pp. 277) di Giacinto Spagnoletti, uno dei validi studiosi della nostra letteratura contemporanea, credo sia l’ultimo lavoro del nostro critico “militante”. È una raccolta di testimonianze personali su scrittori e poeti del 900, soprattutto del secondo Novecento, quello che va dall’Ermetismo al Realismo regionale, da Banchelli a Corrado Alvaro, da Ungaretti alla Merini. La mia conoscenza con Spagnoletti risale al tempo della mia presidenza al “Quinto Ennio” e ad alcune riunioni che avemmo per celebrare Cesare Giulio Viola. Che tuttavia non è nei suoi “ritratti”. Su “Pater”, l’ultimo romanzo di Viola, avevamo avuto una piacevole discussione: Spagnoletti aveva curato, con prefazione, l’edizione del 1986 dello Scorpione e aveva sostenuto che “Pater” era un’opera del tutto autobiografica, storia della famiglia Viola riflessa nel figlio Cesare; io sostenevo, forte di una lettera dello stesso Viola a me diretta nel 1948 (anno della pubblicazione del romanzo) che “Pater” era, sì un riflesso della famiglia Viola, ma era la storia di tante famiglie che potevano chiamarsi Viola. Alberto Altamura in “Arengo” del 1986-87 chiarì meglio il dibattito.

Ci lasciammo con un caro, amichevole augurio di buon lavoro e di bene. Non l’ho più visto, né sentito. Ma torniamo al libro: “I nostri contemporanei”. Dirò subito che non è, né voleva essere, un’opera di critica militante, anche se non mancano taluni giudizi esegetici sulla struttura o sul tono poetico o narrativo di determinate opere di autori presi in esame nel ricordo dello Spagnoletti; e quel ricordo poi altro non è che un percorso autobiografico, un tracciato della sua stessa vita di critico accorto e sollecito alle varie tendenze o cambiamenti della letteratura novecentesca nella quale egli si sentiva più rappresentante che attore. Il libro è ripartito in cinque quadri, che sono cinque città nelle quali l’autore è vissuto ed è venuto in amicizia con taluni ben noti poeti e narratori. Le città sono Roma, Firenze, Parma, Milano e nuovamente Roma. In talune città quali Milano e Parma è stato anche collaboratore editoriale; ed infatti Guanda (Parma) pubblicò una antologia di poeti contemporanei, scolasticamente famosa.

Ma Spagnoletti ha scritto ben altro come critico letterario ed anche come romanziere. I suoi “Ricordi o Ritratti” per me sono “Bozzetti” che attendevano una più estesa mano per diventare veramente “racconti”. Comunque sono brevi capitoli di vita vissuta, momenti biografici interessanti anche per il lettore perché illuminano “ab interiore” le più ascose vicissitudini, i più aperti pensieri di ammirazione o anche di invidioso epilogo comunicativo su questo o quel narratore o poeta. Momenti di caduta anche scanzonata o ironica come le “petrose” parole di Ungaretti verso il premio Nobel Quasimodo – poi ricomposte in diversa amicizia -. È una rassegna di 42 scrittori e poeti italiani più tre di autori stranieri. Ed un epilogo: “Parliamo solo di me”. Che sarà un altro mio intervento. Passano nel “ricordo” ora confidenziale, ora sollecito all’amicizia, ora malinconico, ora nostalgico tra il dire e il non dire, figure assai notevoli del panorama artistico del nostro Novecento. Penna, Cardarelli, Svevo (che considera il migliore di tutti), Pandolfi, Pratolini, Carlo Levi, Gatto, Sereni, Regora, Merini, e anche taluni editori. Un mondo a Spagnoletti contemporaneo, un sempre felice o spesso, sovente coperto di ombre e di amare considerazioni. Un mondo, ripeto, personalizzato, non di critica militante, ma tuttavia suggestivo perché descrive quello che fu sovente “l’animus” di non pochi scrittori e poeti del suo tempo.

Bello all’esterno, convenzionale all’interno. Amichevole ed ipocrita, entusiasta e deprimente. Ma qui, il compito nostro non è quello di operare polemiche su questo o quel personaggio, ma di registrare i fatti così come Spagnoletti li ha voluti memorizzare a sé e a noi. Quale sia stato il grande lavoro culturale di rinnovamento dall’ “Ermetismo” al “Realismo narrativo”, è stato già ampiamente discusso dal Flora, dal Santoli, dal Russo, dal Debenedetti, e soprattutto dal Croce. Spagnoletti non dette giudizi di merito, ripeto, anche quando cita “opere” ben note di scrittori e poeti della cultura italiana. Il suo è un dire, un quotidiano sforzo di ricordare, scanzonato, veristico e malinconico su tutto un quadro di coordinate socio politiche e culturali del nostro decorso secolo. Nel qual quadro egli si è sentito vivo e partecipe, nel concreto e nell’astratto, vale a dire nel positivo e nel suo opposto. Ma, forse, più volte, e gli avrà pensato a quegli “Ossi di seppia” di montaliana poesia; a quella meraviglia che portava e porta in cima cocci aguzzi di bottiglia. E cocci aguzzi di bottiglia anche lui li ha ricevuti purtroppo e immeritatamente.

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