27 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Settembre 2021 alle 20:52:00

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Nelle lettere la storia della Concattedrale di Taranto

foto di Vittorio De Marco
Vittorio De Marco

C’è una data che segna l’inizio di una storia straordinaria: il 27 marzo 1964. È il giorno in cui Gio Ponti accetta l’incarico di progettare la nuova cattedrale di Taranto. A qualche giorno prima, esattamente al 21 marzo, risale la prima lettera – almeno tra quelle conservate – che l’architetto scrive all’arcivescovo Guglielmo Motolese.

Gli esprime tutta la sua emozione per quello che sarà il suo maestoso compito e gli trasfonde le emozioni di una precedente passeggiata compiuta insieme tra Taranto, Martina Franca, Locorotondo. Una passeggiata dalla quale Ponti ricava impressioni fortissime che lasceranno il segno nella progettazione della sua grandiosa opera. Resta affascinato soprattutto dal bianco delle case, quel bianco spumeggiante che poi avvolgerà la sua chiesa. A quel tempo il rapporto tra Ponti e Motolese non ha ancora la piena intensità dell’amicizia che andrà a costruirsi tra queste due specialissime personalità, due intelligenze che hanno firmato una pagina storica della Taranto contemporanea. Lo si intuisce dal fatto che l’architetto indirizza quella sua prima missiva a “Giovanni” Motolese e non a Guglielmo. Un errore che testimonia quanto fosse ancora embrionale la conoscenza fra i due.

foto di Nelle lettere la storia della Concattedrale
Nelle lettere la storia della Concattedrale di Taranto

Tutti particolari, questi, oggi raccolti in un libro davvero prezioso: “Gio Ponti e la concattedrale di Taranto. Lettere al committente Guglielmo Motolese (1964-1979)”, appena uscito per Silvana Editoriale e frutto del pregevole lavoro di ricerca del professor Vittorio De Marco, direttore della Biblioteca Arcivescovile di Taranto e docente di storia all’Università di Lecce. Il libro era stato pensato per celebrare i 50 anni della Concattedrale Gran Madre di Dio e al momento è il primo vero tassello del calendario di celebrazioni sconvolto dalle restrizioni imposte dalla pandemia. Oltre quattrocento pagine nelle quali sono raccolte tutte le lettere che Ponti e Motolese si scambiarono dal quel fecondo 1964 fino al 1979, pochi mesi prima della scomparsa dell’architetto.

C’è in quelle lettere tutto il travaglio progettuale e spirituale che vedrà convergere la creatività di Gio Ponti e la determinazione di Guglielmo Motolese, che difenderà con forza il progetto di Ponti davanti ad alcune perplessità sollevate dalla commissione liturgica. Sì, perché la gestazione di questa meravigliosa creatura dell’arte e dello spirito fu tutt’altro che un processo lineare di composizione geometrica. E il volume di Vittorio De Marco apre al pubblico i segreti che hanno accompagnato la costruzione di uno dei più grandi monumenti architettonici del Novecento. Innanzitutto, va detto che Gio Ponti non fu la prima scelta.

L’Istituto Internazionale di Arte Liturgica era infatti orientato a conferire l’incarico, forse su suggerimento dello stesso Motolese, ad un altro celebre architetto di fama mondiale: Pier Luigi Nervi. Per convincere Nervi si mosse finanche l’amministrazione comunale, che gli offrì di redigere il piano regolatore della città. Nervi tuttavia declinò l’invito e allora la scelta ricadde su Gio Ponti. Ma perché costruire una nuova cattedrale se Taranto aveva già la basilica di San Cataldo? Motolese era uomo di intelletto fine, intuì che in quegli anni la città cominciava a vivere la stagione della sua grande espansione urbanistica e prese atto che l’antico duomo – intitolato oltre che a San Cataldo e Maria Ss. Assunta – era ormai avulso dalla vita cittadina che si andava sviluppando su altre direttrici.

Così la scelta dell’ubicazione ricadde su quella porzione di terreno donata dalla contessa Nina D’Aquino. Gio Ponti visse la progettazione della chiesa con intensa partecipazione spirituale. La sua non fu solo l’opera estetica di un eccellente architetto, ma – da uomo di fede – fu la trasfusione in arte della sua concezione della vita. La “sua” chiesa avrebbe dovuto essere un «asilo alla nostra bisognosa solitudine», il sacro focolare che avrebbe dovuto nutrire lo spirito dell’uomo schiacciato dalla società di massa. Scorrendo l’intenso epistolario si percepisce tutta la passione con la quale Ponti partecipa alla progettazione della sua creatura ed il profondo rispetto per il suo committente, il suo caro «protettore».

È così convinto della centralità spirituale che la nuova cattedrale avrebbe dovuto assumere che immagina tutto intorno un sorgere di «opere di civiltà e progresso»: scuola, teatro, asilo, case popolari, sì, ma di pregiatissima architettura. Immaginava una sorta di giardino spirituale vivificato da alberi e piante e facilmente raggiungibile da donne, anziani, bambini, senza l’ingombro di strade trafficate. Un sogno, messo su carta, che purtroppo, come sappiamo, non si avvererà mai. Nel dolcissimo scorrere di questa preziosa raccolta di lettere si vivono momento per momento le fasi della elaborazione progettuale e delle continue modifiche che Ponti apportava fino ad arrivare alla sua meravigliosa intuizione: quella vela svettante verso il cielo, non prevista nelle prime bozze del progetto. Un’opera così straordinariamente innovativa da meritarsi l’attenzione di giornali come Le Figaro e di una della più prestigiose riviste d’arte al mondo, “Conaissances des Arts”, che qualificò la Concattedrale di Gio Ponti tra le più importanti opere architettoniche del Novecento, insieme al Guggenheim di New York di Lloyd Wright, alla cappella di Notre Dame di Haut a Ronchamp di Le Corbusier, allo stadio olimpico di Tokyo disegnato da Kenzo Tange.

Insomma, un capolavoro che Taranto ancora oggi fatica a comprendere e ad amare. Sono pagine che a tratti commuovono per la loro intensità quelle di questo volume, esaltate nella sezione finale dalle strepitose immagini dei primi progetti, pressoché sconosciuti, pensati da Ponti per la Concattedrale – plastici che ci fanno comprendere come e quanto l’architetto abbia lavorato per donare alla città questo impareggiabile gioiello – e dalle fotografie delle lettere originali, le cui sorprendenti decorazioni a mano sono la più immediata testimonianza della genialità di quest’uomo al quale, finalmente, dopo cinquant’anni, Taranto si prepara a conferire la cittadinanza onoraria.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

1 Commento
  1. TRIBUZIO SIMONA 10 mesi ago
    Reply

    Mio padre Nicola costrui’ nella sua Azienda in Zona Industriale ,tutte le componenti in ferro della Cattedrale-porte,finestre eccecc-Sono in possesso di numerose fotografie che testimoniano il costante interessamento di Mons.Motolese nel seguire personalmente lo stato di avanzamento dei lavori,accompagnato dal segretario Zappimbulso.Se vi servono,chiamatemi

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