28 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 28 Ottobre 2020 alle 11:48:46

Attualità

La scomparsa di Giuseppe Bagnardi, l’uomo del dialogo

Si è spento uno dei protagonisti della politica grottagliese e tarantina


TARANTO – Si è spento domenica mattina, a Taranto, Giuseppe Bagnardi, protagonista della vita politica tarantina tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Aveva 90 anni. Nato a Grottaglie nel 1926, Bagnardi fu un giovanissimo dirigente della Democrazia Cristiana subito dopo la seconda guerra mondiale e sindaco di Grottaglie dal 1961 al 1968, anni in cui si compì la prima vera modernizzazione della “città delle ceramiche”. Ebbe numerosi e prestigiosi incarichi. Fu direttore dell’Ufficio provinciale del Lavoro di Taranto, consigliere di amministrazione dell’Acquedotto Pugliese, presidente del Comitato di controllo sugli atti degli enti locali, consigliere dell’Istituto autonomo delle case popolari, amministratore delegato dell’Azienda Tabacchi Italiani e, tra gli anni Settanta e Ottanta, segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Fu insignito, come sindaco più giovane d’Italia, dell’onorificenza di cavaliere, alla quale seguì anche quella di commendatore della Repubblica. I funerali si svolgeranno domani, martedì, alle 15 nella chiesa della Madonna del SS. Rosario di Grottaglie.

C’è una foto color seppia scattata nella Bari liberata del 1945. E’ inverno, un giorno di pioggia, e Giuseppe Bagnardi ha quasi vent’anni. Anna, la ragazza che diventerà sua moglie, lo chiama Pino. È un bel giovanotto, sorride, ha i capelli castani, gli occhi tra l’azzurro e il verde, indossa un impermeabile chiaro e stringe una sigaretta tra le dita. La guerra è appena finita e a Bari si tiene una delle primissime riunioni fra democristiani. Lui ha già fatto la sua scelta: è un precoce dirigente del movimento giovanile del partito, si è formato sulle opere di Jacques Maritain, ha nel cuore l’Appello ai liberi e ai forti di Don Sturzo, e Alcide De Gasperi – che tre anni prima ha fondato la DC in clandestinità – è per lui il faro dell’antifascismo cattolico e l’eroe dell’Italia da ricostruire. Il suo Pantheon ideale è già pronto. Il giovane Bagnardi, allora come in tutta la sua esperienza politica, rispetta il magistero della Chiesa, è vivificato anzi dai valori cristiani, ma è un sostenitore del principio cavourriano della libera Chiesa in libero Stato, è un repubblicano convinto.
In quell’Italia che sta lasciandosi alle spalle gli orrori della guerra e del Fascismo, e che si prepara a eleggere l’Assemblea Costituente, la vita – per lui, per tutti – è sul punto di ricominciare. È un momento di grandi slanci, di grandi entusiasmi, di grandi speranze, ma sono anche anni in cui si deve diventare adulti in fretta. Suo padre è un autista di piazza, di fede socialista, proviene da una famiglia modesta, né povera né ricca, e i soldi non bastano. Pino, o Peppino come lo chiamano gli amici, deve cercare di guadagnarsi il prima possibile un proprio stipendio ed è costretto a lasciare l’università di Napoli, dove studia lingue con profitto (parla perfettamente l’inglese, è lui uno degli interpreti degli Alleati che hanno occupato l’aeroporto di Grottaglie). Prova allora a intraprendere la carriera militare. È una mente brillante, si è diplomato a pieni voti in ragioneria ma ama anche la filosofia e la letteratura, Victor Hugo è uno dei suoi autori preferiti. Vince il concorso per allievi ufficiali dell’Esercito, accetta la ferma, è tenente e va a insegnare alla Scuola di artiglieria di Bracciano. Non è però un uomo d’ordine, non ama l’obbedienza casermesca. È un autentico democratico e ha una passione che lo divora: la politica. La politica, per Giuseppe Bagnardi, è visione di progresso, di sviluppo, di emancipazione, ma con due pilastri irrinunciabili: la solidarietà, ispirata dalla dottrina cristiana e dall’indole socialista del padre, e la libertà, quel principio impresso anche nello scudo crociato del suo partito. Per lui – soprattutto – la politica non è un “mestiere”. E’ impegno civile, non la sua professione, che invece sarà interamente dedicata alla pubblica amministrazione. Nella sua vita ci saranno la politica e lo Stato, del quale sarà dipendente per sempre. Quando lascerà l’Esercito lo farà infatti per partecipare a un altro concorso pubblico che vince, questa volta al Ministero del Lavoro, dove salirà tutti i gradini, da impiegato a funzionario, da funzionario a dirigente, fino a diventare direttore, a Taranto, di quello che allora si chiamava “Ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione”.
Aveva superato i 90 anni da qualche mese quando, domenica scorsa, Giuseppe Bagnardi è morto. Era stato, in tutto, un uomo del Novecento, e la sua storia coincideva con quella di un’Italia che usciva dalle rovine della guerra e si avviava agli anni Sessanta del miracolo economico, ai Settanta delle lotte sindacali e del buio del terrorismo, al controverso benessere degli anni Ottanta. Fu uno dei veri protagonisti dell’era di espansione di Taranto e della sua provincia, un’era che è ormai del tutto archiviata, che oggi appare nella lucida immagine delle sue luci e delle sue ombre, ma che per tre decenni, dalla fine degli anni ‘50 a tutti gli anni ‘80, fece del capoluogo ionico una delle capitali della modernità e dell’industria.
Quella modernizzazione fu anche una drammatica ipoteca sul futuro, con il disastro ecologico provocato dai fumi delle colate dell’acciaio. Sarebbe però un totale falso storico, oltre che un giudizio interamente ingeneroso, ritenere che le responsabilità del crac ambientale siano da addebitare a quell’antica classe dirigente locale, democristiana quanto comunista e socialista, che vide nell’industria siderurgica una formidabile opportunità di sviluppo, di creazione di lavoro, di incremento del reddito pro-capite per una terra di emigranti, di contadini e, nel migliore dei casi, di arsenalotti. Spesso si dimentica che quell’industrializzazione invertì persino i flussi migratori: i pugliesi e i lucani che erano emigrati in Svizzera, in Belgio, in Germania, in Francia, tornarono e trovarono occupazione e reddito nella terra che avevano abbandonato perché li affamava, a Taranto come del resto a Bagnoli o a Genova.
Nel cuore di Bagnardi, comunque, c’era sempre la sua Grottaglie. Non l’ha lasciata mai. Aveva rallentato anche la sua carriera professionale pur di restare a Grottaglie (quando gli offrirono il grado di direttore all’Ufficio provinciale del lavoro di Como chiese di poter aspettare che si liberasse l’analoga posizione a Taranto, occasione che arrivò, sì, ma molti anni dopo). Grottaglie fu la sua giovinezza, la sua prima palestra intellettuale e amministrativa, il primo laboratorio della sua passione e della sua elaborazione politica. Era stato, poco più che ragazzo, segretario della sezione della DC, nella prima sede di via Giovan Giovine. Era stato poi, via via, giovanissimo consigliere comunale, assessore, vicesindaco e sindaco. Fu primo cittadino dal 1961 al 1968 e amava ricordarli, quegli anni. In effetti, furono anni di crescita, di investimenti, di grandi opere pubbliche, di definitiva uscita di Grottaglie da una dimensione agricola e ancora quasi ottocentesca. Furono anche anni di battaglie, coi  grandi comizi affollati, la mobilitazione popolare dentro i partiti, l’antagonismo feroce tra democristiani e comunisti, ma – ricordava spesso – tutte quelle battaglie venivano condotte con rispetto reciproco, senza colpi bassi, senza veleni. Erano anni di ideologie ma anche di idee. Si sognava di cambiare, di innovare, di riformare.
È vero che a Grottaglie Bagnardi proseguì, con nuova efficacia, l’azione amministrativa avviata da Gaspare Pignatelli, ma è vero anche che si deve solo a Bagnardi, in aperto scontro con il conservatorismo di Pignatelli, la svolta politica che dischiuse la stagione del centrosinistra, con l’ingresso in maggioranza dei socialisti. Pignatelli, democristiano di destra, provò in tutti i modi a intralciare le prospettive politiche di Bagnardi, che apparteneva a un’altra DC, a quella DC – come diceva Moro – “partito di centro che guarda a sinistra”. Giuseppe Bagnardi era un uomo del dialogo, dapprima “doroteo” vicino a Emilio Colombo, poi esponente di quell’area “morotea” che trovò nel “medico partigiano” Benigno Zaccagnini l’interprete migliore di una Dc dalle radici antiche, erede della Resistenza, della Costituente, progressista e libertaria, ferita dal rapimento e dall’assassinio del suo leader Aldo Moro. Bagnardi fu a lungo il segretario provinciale di una Dc che aveva bisogno di un perno, di un equilibrio fra le correnti, di un uomo capace di saper parlare con i leader di Roma e al tempo stesso di saper riconoscere le “istanze del giorno” del suo territorio.
Giuseppe Bagnardi fu anche un uomo probo e onesto. Un suo collaboratore ne rammentava l’intelligenza ma, sottolineava, “è intelligente e onesto”. Ora che è morto da queste colonne rivolgiamo un appello alla “sua” Grottaglie: non dimenticate Giuseppe Bagnardi. Ricordare la sua eminente figura di amministratore, di uomo pubblico, ricordare la sua storia, la storia di quel giovane sorridente nella Bari liberata del 1945, significa non dimenticare la storia di Grottaglie, quella Grottaglie che – grazie ai suoi uomini e alle sue donne migliori – rinasceva dopo la guerra e credeva nel futuro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche