Attualità

La notte delle bombe su Taranto

Tra l'11 ed il 12 novembre 1940: la nostra Pearl Harbor


È passata alla storia come “La notte di Taranto”: tra l’11 e il 12 novembre del 1940 la flotta della Regia Marina, concentrata tra Mar Grande e Mar Piccolo, venne decimata da un violentissimo bombardamento inglese sferrato dagli apparecchi bombardieri Swordfish. Era l’Operazione Judgement e fu una delle pagine più nere della storia militare italiana, una pagina segnata da gravi carenze e dal sospetto di tradimenti.

A ricordare quella notte vi proponiamo il passo introduttivo del volume: “La nostra Pearl Harbour”, di Cosimo Leale. Vi fu l’attacco a sorpresa degli aerei siluranti inglesi che immobilizzarono le nostre navi, specie quelle da battaglia, ormeggiate senza protezione in Mar Grande e in parte in Mar Piccolo. Non dimenticheremo mai quella tremenda notte. Gli Inglesi furono favoriti da precise informazioni passate ai servizi di Churchill da un tale “Roberto”, la parola d’ordine fu: “Ora i faggiani sono tutti nel nido”, significando che il grosso della nostra flotta era a Taranto, e poco dopo nella nostra città si abbatté il finimondo. Imprudentemete nei nostri due mari era stata “ammucchiata” gran parte della potente flotta italiana. Gli aerosiluranti inglesi da 1300 metri di quota scesero, a motore spento, fino a dieci metri dal pelo dell’acqua e scatenarono, quasi indisturbati, “il loro micidiale carico di bombe e siluri contro le nostre navi.

Fu un disastro per le Forze armate italiane, un grande evento luttuoso per la cittadinanza. In quella tremenda notte i tarantini si resero conto di cosa significasse la guerra e la pioggia di bombe”. In precedenza con scetticismo e superficialità ne avevano sottovalutato il pericolo. Credevano che Taranto fosse inviolabile per le protezioni belliche; e non sapevano che quella notte molte erano state rimosse e, in ogni caso, non tutte funzionanti. Quando le sirene segnalarono l’imminente arrivo degli aerei nemici, mal volentieri molti tarantini si recarono nei rifugi e tanti preferirono restare a casa.

Dopo pochi minuti, il terrore. A grappoli, le bombe caddero sulla città, ma erano destinate alle navi e agli impianti militari. E crollarono i primi fabbricati in via Berardi, via Pisanelli, via Pupino, via Anfiteatro, al rione Tamburi. Molta gente rimase imprigionata sotto le macerie o sotto le deboli strutture dei rifugi improvvisati. Nei giorni seguenti la gente capì; fuggì di casa, chiese ospitalità nei comuni della Provincia, la città si svuotò e quelli che rimasero, in conseguenza di altri allarmi, raggiunsero i rifugi più sicuri in antichi stabili dalla città vecchia, in piazza Ebalia (Banca d’Italia), nel Palazzo del Governo; poi, ricoveri più sicuri vennero realizzate nelle piazze.

Quell’11 novembre, proprio la sera dell’attacco a Taranto, si festeggiava il genetliaco di Sua Maestà Vittorio Emanuele III. Gli ambienti militari e politici dell’epoca erano più o meno distratti dai ricevimenti. Naturalmente c’erano i comandanti delle navi ed i responsabili della difesa di Taranto. Churchill sapeva tutto ciò che accadeva a Taranto in quel momento e certamente fu grato a “quell’italiano in divisa” che aveva fornito al servizio informazioni inglese precise notizie sulla situazione della difesa antiaerea e sulla precaria protezione delle navi. Quello era proprio il momento migliore per dare un brutto colpo alla nostra Regia Marina.

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