Attualità

Quelle otto ore da S. Francesco al Carmine

Il giornalista Antonio Biella: «Le mie emozioni accanto alla statua»


Ecco sono qui, accanto
alla statua di Gesù Morto.

Dal portone aperto di San
Francesco di Paola si guarda
fuori, dove attende la tiepida
notte tarantina. Il brusio del
popolo sovrasta le note di una
banda già molto avanti.
E’ una scena che ho già vissuto
molte volte, ma ora è
diverso. Così profondamente
diverso. E non perché ero molto
più giovane, ma perché ero
protetto dal cappuccio che
tante volte ho benedetto per
quella funzione di isolamento,
di anonimato, di nicchia
dove pregare, di “mantello
magico” che ti rende invisibile
in mezzo alla grande folla.

Ora sono qui, nella navata
centrale di San Francesco, ma
non sono protetto: sono come
denudato nel mio frac arricchito
di decorazioni. Domine
non sum dignus…
E’ lo stesso imbarazzo provato
tante volte nel vestire il
mantello dell’Ordine del Santo
Sepolcro, ma qui e ora è molto
di più. Non perché tutto il popolo
ti vede, non perché flash
e obiettivi sparano e puntano
e gli smartphone sembrano
fatti non per telefonare ma
per fotografare e fotografare.
No, niente di tutto questo. Il
problema è che tu sei lì, nella
dignità dell’abito che indossavano
i nobili Calò, e accanto
hai la maestà – temporaneamente
nella morte – del Figlio
di Dio nudo, lacerato da spine,
flagelli e chiodi.

“Stai benissimo”
mi ha detto con amore
mia moglie prima di separarci
per affrontare la Santa Notte
dei Misteri in percorsi paralleli;
ma io sto malissimo perché
quell’Uomo del dolore che è a
un palmo dalla mia testa, dà
la misura della mia piccolezza
e indegnità.
Mi aiuto. Penso che l’abito sia
una misura del rispetto, penso
che una postura da “attenti”
possa essere un muto omaggio.
E stringo fra le mani il
cordone che il Priore mi ha
consegnato con brevi raccomandazioni
che mi aiutano
a riflettere, che mi aiutano a
“sentire” il dolce peso dello
storico rito.

Immagino i miei
antichi confratelli del Carmine
nella buia notte del XVII
secolo, la loro devozione che
un secolo dopo avrebbe fatto
guadagnare quelle due statue
alla Confraternita.
All’uscita da San Francesco,
dal non molto ampio portone,
ci stringiamo a fisarmonica e,
nel dolce nazzicare, la bara
mi accarezza col suo drappo
la testa. Ecco, siamo fuori:
la discesa del marciapiede ci
dice che il vero pellegrinaggio
comincia lì.
Stringo il cordone fra le mani
e mi sovvengono mille pensieri
e mille ricordi. Il primo
è la mia prima processione dei
Misteri, con l’amico e collega
Cataldino D’Andria: 1976, prima
posta davanti al Crocefisso
(50mila lire in due).

Sorrido
col pensiero a un ricordo: il
Crocefisso rimaneva un po’
indietro e, mentre le poste
davanti a noi seguivano il
ritmo di chi li precedeva, noi
rimanevamo ostinatamente a
un metro davanti alle sdanghe
di Cristo in croce: “Siamo
la prima posta davanti al
Crocefisso – ci dicevamo con
giovanile orgoglio – mica la
quarta dietro la Sindone!”.
Mi torna in mente Salvatore
Fallone, storico compagno
di tante prime poste del
Pellegrinaggio del Giovedì
Santo. Mi sembra di vedere
la mia giovane moglie con
le due bambine imbacuccate
che seguono la processione
assonnate ma tenaci.
Questa notte, su via Anfiteatro,
c’è ancora una volta mia
moglie, e almeno una delle
mie figlie (l’altra, per la maledizione
di tutte le famiglie
tarantine, lavora e vive lontano)
e c’è un’altra presenza che
mi spacca il cuore: mio nipote
diciottenne che per la prima
volta si fa tutta la notte dei
Misteri.

E io comincio a fantasticare…
Il tempo, in processione, non
c’è. Per il mondo quel tratto
da San Francesco al Carmine
durerà otto ore, ma per chi sta
“sotto”, il tempo è infinito, e
non per la fatica.
Preghiere, rosari e coroncine
della Divina Misericordia (un
“dono” di suor Teresina) possono
sciogliersi, finalmente,
senza assilli temporali, alternandosi
ai ricordi di una vita
che possono anche essere essi
stessi preghiera. Ricordo benissimo
la prima volta che ho
visto la processione. Ero nel
piccolo negozio di mio padre
(“Timbrificio Jonico”), in via
D’Aquino, con i miei genitori.
Davanti alla porta del negozio
c’era una fiumana di gente ed
io ero piccolo. Ricordo quando
mio padre mi sollevò con le
sue forti braccia e mi mise
in piedi sul bancone affinché
vedessi bene.
Ricordo le chiacchierate, nella
redazione Cronaca del Corriere
del Giorno, tra me, Cataldino
D’Andria e Nicola Caputo.

Ovviamente, Nicola fumando
parlava, spiegava, insegnava;
e noi due, felici, fumavamo e
imparavamo. Se ripenso a che
fumerie fossero le redazioni
di una volta, mi vengono i
brividi.
Ricordi e preghiere. La notte,
intanto, sta quasi per finire
e la temperatura cala un po’.
Piero, il confratello addetto
alla statua, ci chiede se vogliamo
i mantelli. Io e Checco
(entrambi confratelli) rifiutiamo.
Abbiamo fatto più volte
l’intera processione scalzi,
al freddo di marzo e anche
con la pioggia: sentire un po’
di fresco non è neanche un
fioretto. Al cordone di quella
statua sento che sarei capace
di ben altro.
Ormai manca poco: il cielo
schiarisce, prima impercettibilmente,
poi in modo evidente.

Fra un poco il sole sia
alzerà da dietro l’apice della
facciata di San Francesco e
inonderà via Anfiteatro dritto
come un raggio laser. Fra poco
i primi raggi raggiungeranno
la testa, e le spalle, e il tepore
dell’annuncio di Resurrezione
invaderà i nostri corpi. E fra
poco, ahimè, la processione
sia avvierà alla conclusione.
Ma in questa notte benedetta,
in compagnia di Lui, sono riuscito
a realizzare un progetto
che mi è ronzato in testa per
settimane. Mi ero ripromesso
di non portare da solo quel
dolce cordone. Insieme a me,
non per strada, ma proprio lì,
attaccati con me al bianco e
argenteo intreccio che pende
dalla Bara di Gesù Morto, ci
sono stati in tanti: i miei cari,
sempre prima di tutti, legati
insieme come un grande polpettone
imbottito di amore;
un amico fraterno d’infanzia
che da anni ha come sospeso
la propria vita in un letto
di dolore; una donna carica
di tanti e tanti anni, perché
le siano concessi anche gli
straordinari; una giovane
donna sola e indifesa; un
amico carissimo, e un altro
amico, e un altro ancora.

E
“I tanti confratelli che hanno
amato e onorato questa
statua”. E, perché no, anche
questa nostra città smarrita,
confusa, a volte colpevole,
a volte vittima, che ha una
sola benedizione: questo
sapersi ritrovare, questo volersi
riconoscere in questi
nostri Santi Riti. In fin dei
conti, chi consciamente, chi
inconsciamente, tutti fanno
lo stesso ragionamento che
un giorno del 1974 attraversò
il mio cervello esaminando
i Riti attraverso l’obiettivo
della Praktica, la mia prima
reflex: questo è il modo in
cui il mio popolo interpreta
la fede da secoli. Ed è straordinario
come noi tarantini
siamo riusciti a distruggere
le antiche vestigia dei greci,
dei romani, del Principato;
abbiamo buttato giù con
noncurante scempiaggine
mezzo castello aragonese, la
torre di Raimondello Orsini e
persino il campanile romanico
della cattedrale; ma per non
essere simil-americani o similmilanesi
ci siamo conservati
questo sentimento religioso
genuino e vero.

“Prònte – dice Franco Pignatelli
– ‘nguèdde!”. E Gesù Morto
attraversa gli ultimi metri
che lo separano dall’ingresso
della chiesa del Carmine, la
Sua casa.
Davanti a me una “forcella”
piange. Un fiotto dal cuore
inumidisce anche i miei occhi.
Stringo ancora una volta forte
il cordone: com’è che non si
è spezzato, stanotte, col peso
di tutta quella gente che ho
aggrappato insieme a me?
Il portone si chiude con un
tonfo. Fuori un applauso, dentro
partono i primi “Prosit” e
gli abbracci. Il Priore tenta
di dire qualcosa a noi tutti
ma non ce la fa. Accenna un
ringraziamento ma la gola si
chiude. L’assistente spirituale
benedice. Esco fuori alla
ricerca dei miei. C’è lo stesso
sole di qualche minuto fa, ma
come mi sembra ridicolo questo
frac ora che fisicamente
non c’è più Gesù accanto a me.

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