Attualità

Il selvaggio west del Web

L’informazione (e non solo) nell’era digitale


Fino all’avvento del Web, e più ancora
dei social media, l’informazione
tecnologicamente diffusa era sostanzialmente
unidirezionale: giornali,
manifesti, libri, cinema, radio, televisione
non consentivano possibilità
di reazione immediata, ovvero di interattività.

L’unico mezzo tecnologico
che la consentiva (a parte la radio
delle origini, e per breve periodo)
era il telefono, non a caso utilizzato
per la comunicazione interpersonale
(e nella stragrande maggioranza dei
casi solo fra due persone) e non per
l’informazione.
L’informazione andava da un soggetto
emittente ad un pubblico, sempre più
numeroso, di lettori (in senso ampio,
comprendendo cioè anche chi, illetterato
o semi-illetterato, si limitava
a guardare i manifesti nella parte
visiva e non a leggerne i testi di accompagnamento),
di radioascoltatori,
di telespettatori. Che potevano non
acquistare un giornale, o spegnere la
radio e la tv (dopo una lunga fase di
monopolio, potevano al più cambiare
canale), e al limite scrivere una lettera
al giornale e fare una telefonata
all’emittente, che non è detto la mandasse
in onda direttamente, operando
praticamente sempre un filtro.

Fece
infatti notizia e scandalo Radio radicale
quando (nel 1986, per far parlare
di sé, dato che rischiava la chiusura
per motivi economici) mandò in onda
per 35 giorni, senza alcun controllo,
una profluvie di telefonate degli ascoltatori,
contenenti spesso non solo
parole molto volgari, poco in uso della
radiofonia e televisione dell’epoca, e
persino rutti, ma soprattutto insulti
pesantissimi, violenza, proclami
razzisti, minacce. Le telefonate si
badi non erano in diretta: venivano
registrate su segreterie telefoniche, e
poi comunque trasmesse senza alcuna
supervisione né controllo.

Era un segno dei tempi. Ma non lo
cogliemmo noi giornalisti, non lo
colsero i vari soggetti operanti nel
campo della comunicazione e dell’informazione
(editori in testa) o con
competenze in questi campi (a partire
dai legislatori). Quando arrivò la rivoluzione
della Rete, del Web, come
si preferisce dire (anche per evitare
confusioni) la questione non fu approfondita.
Sì, il Web consentiva la
interattività, ma inizialmente se ne
colsero solo gli aspetti comunicativi,
non informativi. Lo si considerò,
oltre che un sistema postale globale,
indipendente dalla presenza fisica di
uffici postali e postini, una sorta di
teleconferenza “allargata” (e meno
costosa), o una “bacheca” condivisa.
E inoltre, perlomeno in Italia, i fruitori
del Web erano e restavano pochi, molto
pochi.

Poi incominciò il fenomeno
dei blog. Siamo alla fine degli anni
’90, ed il blog – una specie di diario
in pubblico multimediale, accessibile
teoricamente a tutti gli utenti, e che
consente (con eventuali restrizioni)
di pubblicare in coda al pubblicato
dei commenti – si pone, accanto alla
presenza in rete (molto sporadica ed
improvvisata) di veri giornali, come
una sorta di giornale telematico:
sia pure senza registrazione alcuna,
senza periodicità, senza redazione,
senza gerarchia della notizia, senza
la pretesa di fornire informazioni
ad ampio spettro. Inizialmente, il
blog è più che altro uno sfogatoio.
Poi comincia ad assomigliare ad un
giornale, e insieme, data la velocità
di messa in rete che consente, anche
ad una agenzia di stampa.

Anzi, ad
una agenzia di controinformazione:
specie quando vanno in rete foto o
filmati, realizzabili ormai anche con
i telefonini di nuova generazione,
l’accompagnamento è lo slogan “quello
che i media non vi dicono”. Ed anche
chi non cede alle lusinghe della controinformazione
si lascia magari tentare
dal mito del “citizen journalism”:
il cittadino che passando per strada
coglie un episodio (o un frammento
di episodio), lo fotografa o filma e
lo mette immediatamente in rete:
senza riflessione, ma anche senza
filtro, senza approfondimento, senza
verifica. Proclamando una presunta
obiettività da testimone oculare. Un
fenomeno che dilaga anche in Italia
quando, a partire dalla metà del primo
decennio del XXI secolo, è il telefono
portatile, il cosiddetto smartphone,
ad insidiare al computer il ruolo di
principale mezzo di connessione al
Web.

Perché, a differenza dei personal
computer, gli smartphone presto dilagano.
E gran parte della popolazione,
specie nelle fasce più giovani, è ormai
in permanenza virtualmente connessa.
Ma i testimoni oculari, lo sanno bene
le forze di polizia, per esempio, sono
sempre condizionati da almeno due
punti di vista: il pregiudizio ideologico,
il punto di vista fisico.
Il medesimo evento osservato da due
persone di differente orientamento
politico e sociale, e di differente
condizione, sarà “filtrato” alla luce
delle esperienze e dei pregiudizi, e
ne scaturiranno due narrazioni molto
differenti. Osservato poi da un angolo
visuale piuttosto che da un altro, potrà
portare ad interpretazioni anche
opposte.

E poi, ripetiamolo ancora
una volta, anche ai giornalisti stessi,
che talvolta lo dimenticano, oltre che
al pubblico: il giornalismo non è una
telecamera fissa, il giornalismo non
è la riproduzione acritica, e magari
integrale di un comunicato stampa;
il giornalismo è interpretazione, contestualizzazione,
verifica e confronto.
L’obiettivo mente, anche quando la
menzogna non sia intenzionale. Un
esempio calzante è una bellissima
pubblicità televisiva di alcuni anni fa
di un prodotto che non riesco a ricordare.
Era talmente bella, la “storia”,
che oscurava il prodotto. E difatti
venne ritirata molto presto. Questa
la “sceneggiatura”. Una vecchietta
attraversa la strada. Arriva correndo
un giovinastro pieno di piercing e la
scaraventa per terra.

Buio. In pochi
secondi, seguendo la telecamera, lo
spettatore si fa un’idea precisa: il
solito teppista urbano aggredisce una
povera anziana. Sul nero appare una
scritta: “Non tutto è come sembra”
(più o meno, vado a memoria). Nuova
inquadratura, più ampia: si vede un
camion che sta per travolgere la vecchietta,
e il giovinastro che correndo
la sposta di lato per salvarla.
Il punto di vista, sia fisico che mentale,
influenza la percezione e l’interpretazione
dei fatti. Per questo
occorrono professionisti ben formati,
istruiti, allenati, con una rigorosa
deontologia, per fare informazione.
Per questo il “citizen journalism” non
è giornalismo, al limite può essere una
delle fonti (da verificare e confrontare,
e poi da interpretare e contestualizzare)
del giornalista.

Così come
sono pericolose, e da evitare – mentre
purtroppo si diffondono sempre più
pervasivamente grazie appunto al
Web – una sorta di “citizen medicine”
e di “citizen legal profession”: tutti
medici, tutti avvocati, così come tutti
giornalisti…
Già all’inizio del fenomeno blog osservatori
acuti come Giovanni Sartori
avevano messo in guardia sul significato
e il senso di “informazione”, in
senso informatico e non giornalistico,
nella telematica: ovvero, qualsiasi
dato venga immesso nel sistema; e
se il dato è spazzatura, il sistema lo
renderà spazzatura globalmente distribuita.
Non a caso, due presidenti
dell’Ordine nazionale dei giornalisti,
ambedue di provenienza sindacale,
Mario Petrina prima, Lorenzo Del
Boca poi, hanno tentato, fra metà
degli anni Novanta e metà del primo
decennio del XXI secolo, di far normare
quella pericolosa imitazione del
selvaggio West che stava diventando
il selvaggio Web, invocando anche una
sorta di “bollino blu” che distinguesse
le notizie elaborate da un giornalista
(dunque verificate interpretate e
contestualizzate) da quelle prive di
ogni verifica.

E ancora non si parlava
di bufale o di fake news elaborate
scientemente, ma solo di approssimazione,
sciatteria o semplice riportare
chiacchiere di seconda o terza mano.
Oggi viviamo una vera e propria emergenza:
i social media hanno aggravato
l’infezione, e ciò che circola in rete
spacciato per informazione è ormai
prevalentemente falso, e gli “utenti”
sono sempre più frastornati, e spesso
complici inconsapevoli del diffondersi
di queste false notizie.
Uno degli esempi più recenti è accaduto
in Puglia, a Bitonto, pochi giorni fa:
un anziano ed assolutamente estraneo
ai fatti professore di Religione è
stato trasformato sul Web (Facebook,
in primo luogo) nell’assassino di un
venticinquenne per diverbio stradale:
una reputazione distrutta, specie
in un piccolo centro, con successive
smentite che peraltro la mentalità
complottista si rifiuta spesso di accettare
come vere e che comunque
sono in fondo, come recita un antico
e cinico precetto del giornalismo,
“notizie date due volte”.

Questa barbarie va evitata. Ma per
evitare, anche, che il rimedio sia peggiore
del male, e consista cioè in un
intervento d’autorità che comprima gli
spazi di libera espressione e di libera
comunicazione che la telematica ci ha
messo a disposizione, occorre dare più
poteri e più forza alla categoria degli
operatori dell’informazione, all’Ordine
dei giornalisti in primo luogo. Consentendo
all’Ordine, senza l’equivoco
lassismo di molta Magistratura, di far
perseguire chi esercita abusivamente
la professione giornalistica.

Che, nel
frattempo, deve essere sempre più
esercitata da giornalisti istruiti, formati
e soggetti, oltre che alla legge, a
norme deontologiche specifiche della
professione che essi stessi si sono
liberamente dati. Bisogna portare
Ordine, insomma, nel selvaggio Web, e
in tutto il mondo imbarbarito e senza
legge dell’informazione in generale.

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