Attualità

Il carcere come opera d’arte

“L’altra città”: intervista con l’artista e docente tarantino Giulio De Mitri


Incontriamo il noto artista e docente tarantino prof. Giulio De Mitri, protagonista insieme ad un gruppo di detenute, agenti penitenziari ed esperti in diverse discipline: Roberto Lacarbonara, Anna Paola Lacatena, Giovanni Guarino, del progetto “L’altra città: il carcere come opera d’arte”, curato da Achille Bonito Oliva e Giovanni Lamarca.

Rivolgiamo alcune domande sulla sua importante partecipazione:

Come nasce l’idea artistica de “L’altra città”?
«Giovanni Lamarca, comandante del reparto di polizia penitenziaria della Casa circondariale di Taranto, mi prospettò lo scorso anno l’idea di voler “mutare” la natura di quella che è una ordinaria sezione detentiva in un’opera di creatività artistica, proponendomi la direzione e la conduzione di un laboratorio didattico con l’arte contemporanea per un gruppo di detenute, affinché si fornisse alle stesse alcune basi conoscitive del fare artistico. Ho progettato un particolare laboratorio didattico strutturato e con una metodologia appropriata che favorisse l’incontro con le detenute: un gruppo eterogeneo per provenienza geografica, età e formazione. La metodologia attivata con il laboratorio è stata quella dell’alternanza tra attività operativo-cognitive e fruitivo-critiche; alla base del suddetto lavoro vi era anche l’aspetto ludico, fondamentale per l’apprendimento.

Così il laboratorio è diventato “una palestra estetica”, un momento educativo finalizzato a stimolare i sensi e propedeutico alla conoscenza dei processi creativi. La pratica dell’arte ha ampliato l’orizzonte qualitativo dei “ristretti”, permettendo di vivere emozioni e sensazioni che, una volta scoperte, hanno contribuito a “costruire” nuove condizioni di ripensamento della realtà. Un’opportunità di crescita inter iore e di aper tura a possibili cambiamenti, che ha colmato, anche, lacunose carenze con pratiche di restituzione, come l’educazione al bello, all’impegno, al senso di responsabilità. L’attività ha reso ogni singola detenuta protagonista e parte essenziale dell’opera finale.

Quali sono stati i momenti più importanti durante la realizzazione del progetto?
«È stato importante stabilire con le detenute un legame di rispetto e di collaborazione, realizzando così un significativo approccio empatico, affinché le stesse si sentissero accettate, apprezzate e motivate nell’agire e nel fare laboratoriale. Per le detenute il linguaggio dell’arte è stato fonte di arricchimento, di scoperta, di stupore e di meraviglia.

Qualcuno afferma che il linguaggio dell’arte potrebbe essere un nuovo modello educativo-rieducativo per promuovere la conoscenza, incentivando la creatività e la curiosità. Il progetto “L’altra città” parte – come già asserivo – da un’idea di Lamarca, attraversa e si fa corpo con il linguaggio dell’arte costruendo un proprio immaginario, sino a realizzarsi opera compiuta, ovvero “scultura sociale”. Un percorso esperienziale, partecipativo, interattivo e plurisensoriale che offrirà a noi tutti un ulteriore contributo culturale e di solidarietà sociale».

“L’altra città” è una vera e propria opera d’arte?
«Lo ha ampiamente confermato più volte Achille Bonito Oliva, il teorico e critico d’arte più apprezzato e conosciuto nel mondo, affermando che “il progetto è un’operazione unica in Italia, è un’emozione viverla, è un’emozione raccontarla. Così il carcere di Taranto si trasforma in un’opera da esplorare. (…)” Entra in una diversa lettura del tempo e dello spazio: inedita, minuziosa, capillare, attenta al dettaglio. Da qui, credo, può venire fuori una nuova regola dello sguardo e una nuova percezione”. Penso che, a tutto quello che ha già detto ABO, non si possa aggiungere altro».

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