21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

Attualità

La bidonville delle Maldive come Taranto

Il reportage su un blog de Il Fatto Quotidiano


«Sembra sabbia. Ma è spazzatura. Thilafushi è sette chilometri a ovest di Male, è una striscia, sottile: è lunga 3,5 chilometri e larga 200 metri. Ed è artificiale. Si allarga di un metro quadro al giorno, più o meno: ogni giorno di 330 tonnellate di rifiuti (…) Non c’è l’asfalto, per terra, e neppure la sabbia, in realtà. Solo questo fango chiaro che è un po’ di tutto: è terra, è sabbia, acqua, cemento, intriso di stracci, di pezzi di cartone, pezzi di plastica, pezzi di ferro, a tratti un po’ d’erba, nell’aria densa di diossina. Sembra Taranto».
Sì, Taranto. Elevata a metro di paragone di quanto di più immondo possa esserci sulla faccia della Terra.
Autore dell’audace, se così si vuol dire, paragagone è Francesca Borri, stimata giornalista barese 37enne. Cronista di guerra, specializzata in Medio Oriente e già autrice di un premiato reportage sulla Maldive come paradiso dei jihadisti.
Ma le Maldive possono essere anche un inferno, come ha argomentato nel suo blog sul Fatto Quotidiano, parlando (anzi, scrivendo) appunto di Thilafushi.
Già definita, nel titolo «La Taranto delle Maldive». Un posto, per Borri, che «sembra Taranto. Sembra l’Ilva di Taranto. Respiri cancro. Con questi capannoni di amianto e ruggine, e lungo le strade, vecchie auto, vecchi furgoni, scafi di pescherecci, vecchie betoniere. Invece delle marce, accanto al sedile del guidatore, un cespuglio con dei fiori gialli. Gli operai dormono qui. Abitano qui: nel retro delle officine. O nelle barche. Nelle barche che riparano. Sono aperte, smontate: dentro vedi il bucato steso ad asciugare».
Uno scenario di assoluto degrado; e, per far capire al lettore la gravità di quanto visto, la cronista freelance usa l’accostamento con Taranto. Una città – evidentemente – che non si può redimere, condannata ad essere unità di misura del peggio. Uno sfregio in faccia a chi pensa ad una qualche ipotesi di riscatto, magari investendo in attività ‘pulite’, o nelle strutture ricettive. Difficile immaginare turismo in un luogo che viene accostato ad una bidonville.
Ma paragoni di questo genere, frutto anche della sistematica attività di autodenigrazione che viene messa in atto da cinque anni dagli stessi tarantini, rischiano anche di allontanare il bersaglio dai veri, e tanti, problemi (ambientali, sociali) che questa città ha; e che non vanno, assolutamente, messi sotto il tappeto, ma affrontati.
Sostiene Borri: «Dopo mezz’ora, inizi a sentirti male. Ad avere il fiato corto. Dopo mezz’ora, qui, sputi sangue». Sembra Taranto?

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