Attualità

​Storie di cervelli in fuga, «Io, tarantina, ho scelto la Svizzera»​

​«Taranto paga la totale dipendenza dall’industria e l’assenza di politiche lungimiranti. La questione ambientale può risvegliare la città dal suo torpore»​


Dalla scuola Pirandello
a Basilea, come ingegnere in una
importante azienda chimica.

Storie
di cervelli in fuga. Storie di tarantini
col cervello di qualità che a Taranto,
e in Italia, probabilmente non torneranno
più.
Quella di Mariangela Mortato è una
storia forse comune a molti giovani
tarantini che dopo gli studi superiori
hanno fatto le valigie.

«La prima cosa che mi viene in mente
quando penso a Taranto – confida
Mariangela a TarantoBuonasera – è
che ciò che mi manca di più è il mare
anzi “i due mari”. Ai tempi del liceo
attraversavo il “ponte di pietra” tutte
le mattine e questo mi è mancato tantissimo
quando mi sono trasferita per
proseguire i miei studi all’Università».
Nativa di Bologna da genitori tarantini,
l’ingegner Mortato ha vissuto
quasi interamente la sua infanzia e
la sua adolescenza a Taranto: «Dopo
dieci anni di lavoro a Bologna, i miei
genitori hanno deciso di rientrare
a Taranto perché volevano che noi
figli crescessimo nella loro città.
Pensavano che le cose sarebbero migliorate
e che noi, a differenza loro,
non saremmo dovuti emigrare.

Credevano
che, rientrando a Taranto, noi
figli avremmo potuto dare il nostro
contributo nella nostra terra. Sono
contenta di essere cresciuta a Taranto
e di aver vissuto vicino ai nonni e agli
affetti ma purtroppo le cose non sono
andate come i miei genitori avevano
immaginato».
E Mariangela non ha portato con sé
solo le dolci memorie del mare: «Nei
miei ricordi non c’è solo la brezza del
mare ma anche le polveri e i fumi
dell’industria. Molti parenti e amici
negli anni si sono ammalati e sono
morti. Conosco tantissime persone
che fanno fatica a vivere in modo
dignitoso».

E lei, Mariangela, ha visto
cambiare anche il quartiere nato per le
famiglie dei dipendenti Italsider: «La
scuola Pirandello, come è stata definita
dal ministro Fedeli, è il simbolo delle
istituzioni che non si arrendono e l’esempio
dell’importanza della scuola
soprattutto nei territori e nei contesti di
maggiore difficoltà. Alla Pirandello ho
avuto degli ottimi insegnanti, tra cui la
professoressa Maria Rosaria Cagnazzi
che mi ha aiutato a sviluppare i miei
interessi e le mie potenzialità».

Dopo le medie, c’è stato il liceo
Battaglini e poi ingegneria chimica
a Bologna: «Mi affascinava l’idea di
trasformare la materia e l’energia per
far fronte alle principali sfide globali».
Poi sono arrivati il dottorato con borsa
della scuola Superiore Isufi e la tesi
presso il Laboratorio Nazionale di
Nanotecnologie dell’Istituto di Nanoscienze
del CNR di Lecce. Nel 2012,
dopo il dottorato, le si sono schiuse le
porte dell’Europa: un primo postdoc
presso l’Istituto per le molecole e i
materiali dell’Università di Nimega in
Olanda e poi un secondo postdoc presso
l’Istituto di Nanoscienze Adolphe
Merkle dell’Università di Friburgo. Nel
2015 l’arrivo a Basilea, come ingegnere
di sviluppo presso un’azienda che produce
composti chimici da biomassa
rinnovabile.

L’Italia, dal punto di vista
lavorativa, è già fuori dal radar di Mariangela:
«Durante la mia permanenza
in Olanda e Svizzera ho conosciuto
diverse realtà e ho intravisto opportunità
che sono ridotte in Italia. Cosi ho
deciso di rimanere in Svizzera. Sono
orgogliosa di essere italiana e la preparazione
universitaria italiana è eccellente.
Il problema è che oggi le aziende
cercano figure altamente qualificate in
specifici settori professionali e in pochi
casi sono disponibili o hanno le risorse
per la formazione.

Dall’altro lato c’è
l’Università che ha come obiettivo
primario quello di fornire un adeguato
bagaglio culturale e formativo e non
necessariamente professionalizzante.
Questo divario tra mondo del lavoro
e Università è minore all’estero. Un
altro aspetto importante è quello
dell’orientamento al lavoro. Dopo le
scuole superiori, i ragazzi si trovano
ad affrontare una scelta importante
spesso da soli e con le idee poco chiare.
Peraltro in Italia non è facile per le
piccole e medie imprese che lavorano
in settori innovativi e fanno ricerca
e sviluppo emergere per questioni
economiche e burocratiche.

C’è poco
lavoro in questi settori e se c’è, spesso
non è adeguatamente retribuito».
Basilea è più piccola di Taranto, ma
ormai è la seconda patria dell’ingegner
Mortato: «È un centro nevralgico per
la chimica, la farmaceutica e le biotecnologie
ed è una città molto carina
e interculturale. Le città svizzere sono
organizzate, attraversate da distese
di verde, laghi, fiumi e montagne.
L’ordine e la disciplina sono tangibili
ovunque. Alcune città, anche se piccole
come Basilea, sono moderne e
cosmopolite. I numerosissimi eventi
sportivi e culturali favoriscono l’integrazione
e la vita sociale. Al momento
vedo qui anche il mio futuro e, anche
se amo molto l’Italia, non rientrerei
mai senza delle condizioni lavorative
e professionali adeguate».

E Taranto? «È inconcepibile che nel
ventunesimo secolo si debba scegliere
tra salute e lavoro. L’inquinamento
ambientale non è il prezzo necessario
da pagare per produrre beni e creare
lavoro. Una produzione industriale
sostenibile è possibile dal punto di
vista tecnologico come dimostrano,
ad esempio, alcune acciaierie in Germania
che hanno adottato tecnologie
“pulite”. E’ assurdo come il problema
dell’impatto ambientale dell’industria
pesante a Taranto sia stato sottovalutato
e ignorato per tanti anni. Taranto
paga la totale dipendenza che ha
sviluppato nei confronti dell’industria
pesante e la mancanza assoluta di
politiche per garantire un futuro alle
nuove generazioni. Ci si è adagiati
sull’iniziale benessere economico che
l’industria ha portato alla città. Se ci
fosse un’alternativa all’Ilva a Taranto
lo stabilimento avrebbe già chiuso.

Le soluzioni possono essere diverse:
l’adozione di tecnologie innovative
per una produzione sostenibile, la conversione dello stabilimento, la
creazione di nuovi settori industriali,
l’investimento nel turismo. Tutto
questo richiede risorse, una mentalità
e una cultura diversa e tempo. Non è
facile trovare una soluzione nell’immediato,
dopo che il problema è stato
ignorato per tanti anni. Ma siamo
nella quarta rivoluzione industriale e
un cambiamento nel mondo del lavoro
sarà inevitabile. Il famoso “posto
fisso” presso la grande industria non
esisterà più a Taranto e ovunque. Bisogna
entrare in un’ottica di flessibilità
che consenta di sopravvivere in un
mondo globalizzato e in una nuova
economia. Taranto deve trovare la
forza di rimettersi in discussione, di
accettare le nuove sfide e di ritrovare
la propria identità. Paradossalmente
la necessità della tutela della salute
e dell’ambiente potrebbero essere le
spinte necessarie a svegliarla dal suo
torpore».

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