Attualità

Oltre un secolo a fare il pane

Curcio-Novena. Dal forno in Città Vecchia ai poveri dell’Africa


Piccoli e modesti angoli del
quartiere Borgo nascondono storie e di
personaggi di vita cittadina che meritano di
essere raccontati, in quanto parte del vissuto
di molti.

È il caso del panificio Oberdan,
all’angolo dell’omonima strada con via Duca
Di Genova, con la sua dinastia centenaria di
panificatori. Negli anni sessanta-settanta,
magari dopo la spesa a piazza Marconi, era
frequente farvi tappa, accolti con un gran
sorriso e una frase scherzosa dalla signora
Luisa “la napoletana” (nella foto). “Dillo alla
nonna, cosa ti posso dare?” – si rivolgeva
così ai più giovani. Indimenticabile era il
sapore di quella focaccia con i pomodorini,
di cui solo lei conosceva la ricetta.

Racconta il titolare Giovanni Curcio che la
sua stirpe di panificatori nasce nel 1907 in
vico Carmine, in città vecchia con il forno di
Antonio Novena (famiglia numerosa, la sua,
con ben undici figli). Erano i tempi in cui
il proverbio recitava “Pane accattàte, ruìna
famigghie”, per cui ci si limitava a cuocere
pane, dolci e focacce preparati a casa dalle
famiglia; in quaresima il lavoro s’intensificava
per l’infornamento, sempre conto terzi, di
taralli, scarcelle e, per il Lunedì di Pasquetta,
di teglie di agnello. L’esercizio nel 1915 si
trasferì nell’allora prestigiosa Via Maggiore,
nei pressi del palazzo della contessa D’Aquino,
e nel ‘36 l’attività di Antonio Novena
oltrepassò il ponte girevole per raggiungere
via Oberdan angolo via Duca degli Abruzzi,
poco distante dall’attuale sede; in quel periodo
il pane era razionato e si acquistava con la
tessera annonaria.

In quegli anni Giovanni
Curcio, nonno dell’attuale panificatore, si
recò a Napoli in visita al fratello e s’innamorò
di Luisa Persico, che faceva la riffa
nei mercati, assieme ai fratellini, di cui uno
non vedente che estraeva i biglietti. Giunti a
Taranto, i coniugi aprirono un fruttivendolo
salumeria in piazza San Francesco. Nel ‘50
la famiglia Curcio s’imparentò con i Novena.
Così racconta Giovanni: “Mio padre,
Vincenzo, titolare di una salumeria-latteria
in piazza Castello, si sposò con la figlia di
Antonio Novena, anche lei di nome Luisa.
Dopo aver chiuso i propri esercizi, padre e
figlio rilevarono il panificio di via Oberdan,
che nel frattempo si era spostato all’angolo
di via Duca di Genova”.

“Mia nonna – racconta il nipote Giovanni
– importò dal capoluogo partenopeo la
produzione del cosiddetto ‘pane cafone’,
qui subito denominato ‘pane napoletano’. Il
sapore particolare gli proveniva dall’acqua
che ella faceva giungere appositamente
da Napoli. Molta cura si riservava alla
preparazione del lievito madre e alla scelta
della farina che mio nonno, mio padre e io
andavamo a prendere, con il carro trainato
da cavalli, ai mulini di Montescaglioso,
assentandoci diversi giorni da casa”. Nel
’64 il papà di Giovanni, Vincenzo volle
mettersi in proprio rilevando il panificio
Nardi in via Principe Amedeo, denominandolo
“Panificio Ragno d’oro”.

“In quegli
anni – racconta il panificatore – la via era
affollata di esercizi commerciali, soprattutto
del settore abbigliamento. Molti giungevano
dalla provincia per lo ‘struscio’ e alla ricerca
dell’acquisto d’occasione. E si faceva la fila
nel nostro panificio, soprattutto per le focaccine
sfornate a centinaia al giorno, vendute
a trenta lire l’una”.
A metà degli anni settanta Giovanni Curcio
fondò l’emittente Radio City One, organizzando
anche concerti con artisti quali Pino
Daniele, New Trolls, Rockets, Matia Bazar.
Nel 1987, morti i nonni, chiuse l’emittente radiofonica
per dedicarsi appieno al panificio
di via Oberdan, aggiornando la produzione
ai nuovi gusti e ottenendo il secondo posto
ai campionati nazionali di “vienneseria”
(dolci da prima colazione).

Inoltre, a nome
della Federazione panificatori, produsse
per tre anni il panettone da donare al papa.
Nuove sfide però lo attendevano: affidato il
panificio di via Oberdan alla figlia Luisiana
e al genero Vincenzo, eccolo alle prese
con il nuovo esercizio in via Galilei. E la
storia continua. “Nonna Luisa”, testimone
del passato, col suo bel sorriso, è sempre
nell’esercizio al Borgo, in una bella foto,
a risvegliare i ricordi della clientela avanti
negli anni. Giovanni, invece, non vede l’ora
di tornare in Africa dove negli anni passati
ha insegnato alle popolazioni più povere
l’arte di fare il pane.

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