Attualità

​Estati lontane in Città Vecchia​

Il racconto di Nicola Giudetti, memoria storica delle vicende e dei personaggi dell’Isola


Il mattino presto l’appuntamento
era come sempre sulla banchina
di via Garibaldi “rète a le mure”, anche
se queste ultime da tempo erano andate
giù. Una piccola rincorsa e poi, turandosi
il naso, ci si tuffava. E in men che non si
dica, i ragazzetti della numerosa comitiva
erano tutti in acqua, a farsi le “cattuse”
e a improvvisare gare di nuoto fino alla
boa dove, nelle pause del servizio, era solito
attraccare il mezzo navale che portava
gli operai ai cantieri Tosi.

Così Nicola Giudetti, l’81enne artista di
via Duomo, memoria storica delle vicende
e dei personaggi dell’Isola, ricorda
l’estate della sua fanciullezza, prima degli
orrori della guerra: “La sveglia era a
prim’ora, con Vincenzo Vozza, vecchio
pescatore soprannominato “Varcanova”,
che si fermava davanti alle abitazioni
dei suoi compagni gridando ‘’A assute a
dije’, cioè era iniziata la giornata ed era
tempo di andare in mare. E naturalmente
si destava anche tutto il vicinato”. Il
piccolo Nicola non vedeva l’ora di ritrovarsi
con gli amici, che abitavano tutti
nei pressi di casa, in Arco Santi Medici,
demolito negli anni settanta, dopo i crolli
di vico Reale. Rammenta che usciva
di casa indossando solo gli slip e senza
asciugamani, tanto bastavano i generosi
raggi del sole. Come colazione, si portava
“’u staffagghione”, un pezzo di pane
preparato a casa condito con il pomodoro.

“L’acqua era bella e ghiacciata, così da
farci dimenticare il caldo dei mesi estivi
– continua – Alcuni si avvicinavano agli
sbocchi della fogna, per godere del fresco
della corrente; ma nessuno si ammalava
per questo, grazie alla ‘robustezza’
dei nostri anticorpi. Nuotavamo senza
sosta, scherzando e ridendo. Raccoglievamo
cozze e frutti di mare, che crescevano
in abbondanza a Mar Piccolo, e i pesciolini rimasti intrappolati nelle bottiglie
di vetro, sui fondali. Cuocevamo il
tutto su una brace improvvisata e gustavamo
quelle prelibatezze”. A mezzogiorno,
ognuno a casa propria. “Mio padre, in
verità, non voleva che facessimo il bagno,
per timore della nostra imprudenza. E al
ritorno dal lavoro, per sincerarsi della nostra
obbedienza, ci grattava lievemente la
pelle per constatare la presenza del sale.
E immancabilmente volavano le mazzate
– dice l’artista, ridendo di gusto – Mamma
non riusciva a frenarci, eravamo troppo
irruenti e soprattutto troppo numerosi
(ben 19 figli), tanto che, sembrerà incredibile,
spesso non ricordava tutti i nostri
nomi e a tavola sbagliava anche nel numero
delle portate”. Nicola Giudetti rammenta
ancora i tranquilli pomeriggi nei
vicoli, con le donne sedute in cerchio a
recitare il rosario e i ragazzi a divertirsi
con i giochi tradizionali: ‘a levorie, manuè
zzozzò, ‘u spezzidde…

Al tramonto,
di ritorno dall’uscita in mare, i pescatori
si ritrovavano davanti all’uscio di casa,
all’aperto, per la cena a base di minestre
di legumi o di zuppa di pesce da loro
stessi pescato; non mancavano le “cozze
nude” oe le “pistidde a lesse”: il tutto, innaffiato
da un po’ vino. Il padre di Nicola
beveva in modeste quantità quello acquistato
alla cantina di “Falcunidde”, in via
Di Mezzo, vicino a vico Zippro.
La sera si andava a letto presto e talvolta
si veniva svegliati dalla serenata
che i giovanotti portavano alle fidanzate.
“Erano dolcissime melodie suonate
spesso da un duo di suonatori – racconta
Giudetti – La più richiesta era ‘A Silvestre’
che un barbiere di piazza Castello,
Marinone, eseguiva egregiamente al
violino. Se la serenata era accettata, i
genitori uscivano con il rosolio da offrire
ai presenti”.
E la mattina dopo, si riprendeva con la
sveglia di Vincenzo “Varcanova”.

Prima
di uscire in mare, i pescatori non
mancavano di raccogliersi in preghiera
davanti a una delle numerose edicole sacre
presenti nei vicoli: “Madonna mia,
famme fa ‘na bella pescarìe e famme
turnà dalle figghie mije” (Madonna mia,
fammi fare una buona pesca e fammi
tornare dai miei figli). Infatti il ritorno
a casa non era sempre garantito per
le improvvise burrasche o per i fulmini
che colpivano le barche. Non a caso si
mormorava, con tremore: “’U mare ne
vè acchianne une ‘o giurne” (Il mare se
ne prende uno al giorno). E non è che
con l’avvento a Taranto della grande industria
le cose siano granchè cambiate!

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