Attualità

​L’avvincente viaggio del topazio più grande del mondo​

Dalla corte di Re Ferdinando II al Museo Diocesano MuDi


Ha dell’incredibile e ad ascoltarla è talmente avvincente
da sembrare frutto di pura fantasia: è la storia del topazio
più grande del mondo (pesa un chilo e mezzo), un gioiello artistico
di inestimabile valore oggi esposto al MuDi, il Museo Diocesano
in Città Vecchia, opera dello scultore ed incisore napoletano,
Andrea Cariello.
Incastonato nello sportello per un tabernacolo, raffigura Cristo
in altorilievo nell’atto di spezzare il pane.

Una storia avvincente ed incredibile, si diceva, che parte dalla
corte di Re Ferdinando II per arrivare nella Città dei Due Mari
grazie ad Angelo Raffaele Latagliata – nobiluomo tarantino – che
acquista all’asta, negli anni ’20, il topazio brasiliano per donarlo
poi, con atto notarile redatto nel 1936, alla Curia Arcivescovile
di Taranto, allora retta dall’arcivescovo Ferdinardo Bernardi, con
l’impegno che sarebbe stato sempre “disponibile” alla vista dei
tarantini e, ovviamentee ancor di più, della famiglia Latagliata.
Fin qui, il viaggio appare lineare e senza particolari imprevisti.
Peccato che dopo la donazione e la successiva esposizione nel
Cappellone di San Cataldo, del grande manufatto i Latagliata
abbiano smesso, ad un certo punto, di avere notizie certe.

Colpa anche della Seconda Guerra Mondiale che scoppia solo
tre anni dopo, nel 1939.
Il topazio, “scompare”. O, almeno, così sembra. Si vocifera, addirittura,
che qualcuno abbia messo in discussione la sua stessa
esistenza.
«È nel 2011 che, finalmente, torniamo ad avere nuove informazioni
– racconta a Taranto Buona Sera Giorgio Longo, discendente
della famiglia Latagliata, nonchè esponente del Touring Club che,
con circa venti volontari,
cura le visite al MuDi – Era
l’anno dell’inaugurazione e
sull’Osservatore Romano
leggemmo la notizia: l’opera
era custodita nel Museo
Diocesano a Taranto.
Con mia madre, oggi novantenne
(la signora Francesca
Paola Latagliata –
ndr) decidemmo di contattare
don Francesco Simone,
direttore della struttura:
volevamo ammirare da
vicino e, perchè no, anche
“toccare” quel capolavoro
artistico che in sè custodisce
anche una parte della
storia della nostra storia
familiare. E così è stato».

Un’emozione senza precedenti che fa tornare in mente le origini
del prezioso sportello, i circa dieci anni di duro lavoro che
Cariello, nel 1800, ha dovuto impegnare per portare a termine
la realizzazione dell’opera che Ferdinando II gli aveva commissionato,
destinata dallo stesso re alla Chiesa di San Francesco di
Paola della capitale di allora del regno delle Due Sicilie: incidere
il topazio non è affatto cosa semplice, si sa. Non meraviglia,
dunque, che per la lavorazione siano stati adoperati ben dieci
chili di diamanti, tutti finiti in frantumi
La storia, in ogni caso, racconta che non andò proprio così e che
le sorti del topazio hanno seguito gli eventi: era il 1856 e l’avvento
della Repubblica allontana Ferdinando II dal suo Regno.

L’opera artistica resta nelle mani di chi le ha dato forma ed anima,
Cariello, ma anche in quelle dei suoi discendenti: la repubblica,
infatti, non intende pagare una commessa dell’ex re di Napoli
e, per questo, lascia all’incisore l’opera quale “corrispettivo” al
lavoro eseguito. Successivamente, negli anni ‘20, il topazio viene
esposto sia a Milano che a Chicago, prima di entrare in possesso
– come si diceva – di Angelo Raffaele Latagliata.
«Ora – aggiunge Longo – il mio obiettivo è quello di far conoscere
il famoso topazio fuori dai confini nazionali attraverso una serie
di iniziative mirate. Un progetto per molti, forse, ambizioso ma
che attraverso la bellezza di quest’opera potrebbe richiamare a
Taranto turisti da ogni parte del mondo».

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