Attualità

​Magna Grecia, ecco come nacque il Convegno di Studi​


Negli anni Quaranta, immediato dopoguerra,
si aggirava spesso per Taranto un giornalista, inviato e cronista
parlamentare del quotidiano romano “Il Tempo”. C’era
capitato per lavoro, la città gli era piaciuta, aveva stretto
amicizie fra gli intellettuali locali e quindi ci tornava spesso.
Aveva una passionaccia per l’archeologia, e si era fatto
promotore di campagne archeologiche nel Mezzogiorno.
Romano d’adozione, non era meridionale. Era nato a Rovereto
nel 1903, suddito della duplice monarchia absburgica,
ed aveva frequentato in gioventù la “casa d’arte” futurista
del concittadino Depero.

Dopo questa tangenza futurista,
si era dedicato all’arte astratta, tanto come pittore (molto
riservato, non esponeva) quanto, soprattutto, come critico e
teorico. Si chiamava Carlo Belli, autore negli anni Trenta di
un volume, “Kn”, che uno che se ne intendeva, Kandinskij,
ebbe a definire “il vangelo dell’arte detta astratta”. Pittore,
teorico dell’arte astratta, musicista e compositore. Per vivere,
s‘era adattato a fare il giornalista: ma siccome odiava il
dilettantismo, l’aveva fatto con impegno e splendidi risultati
professionali.
Taranto gli piace proprio, continua a frequentarla sempre
più intensamente: ne scrive, se ne occupa. Negli anni Cinquanta
diventa amico, fra gli altri, di una singolare figura
di imprenditore illuminato, Angelo Raffaele Cassano, che
presiede l’Ente provinciale del turismo (Ept), uno degli enti
che uno sciagurato neocentralismo di stampo regionalista
sopprimerà, con grave danno per le comunità locali (l’Ept
dell’epoca si propone, anche, di promuovere il turismo
valorizzando la cultura ma anche l’economia del territorio,
puntando su uno sviluppo complessivo: non a caso farà parte
dei soci del Consorzio per l’Area di sviluppo industriale).

La passione per l’archeologia lo porta a concepire un progetto
apparentemente megalomane: organizzare a Taranto
– città depressa e in profonda crisi economica dopo la
guerra persa e lo smantellamento della Marina imperiale
e di tutte le imprese, industriali ed artigiane, che ruotavano
intorno alla navalmeccanica, priva persino di un moderno
stabilimento tipografico in grado di stampare degnamente
libri – un convegno internazionale di studi sulla Magna
Grecia. Ma non episodico: un convegno coi fiocchi, della
durata di parecchi giorni, con periodicità annuale, che chiami
a raccolta archeologi e storici, ma anche studiosi di altre
discipline, non solo antichistiche. Lancia la folle idea su uno
dei tanti foglietti di meteorica durata che spuntavano ogni
tanto a Taranto come in altri piccoli centri. Ma Cassano,
insieme col direttore dell’Ept, Mario Costa, lo prende sul
serio.

Belli, come Raffaele Carrieri, ha contribuito al lancio
della Galleria Taras, una galleria d’arte moderna dell’Ept
che organizza mostre di altissimo livello. Certo, dall’arte
contemporanea all’archeologia il passo non è breve, ma i
tre lo compiono. Concependo il Convegno come un potente
strumento di sviluppo. Nell’Italia della ricostruzione e
dell’imminente boom (Taranto degli anni ’50 conosce una
giovane classe dirigente che ne sta costruendo il futuro) i
fondi per la cultura ci sono. Proprio in quegli anni viene
tra l’altro riallestito il Museo nazionale archeologico (ad
inaugurarlo verrà il presidente della Repubblica, Segni).
Il Convegno, assicura Cassano, si farà. Ma occorre uno
del mestiere che se ne occupi.

Belli chiede consiglio ad un
amico, direttore generale del ministro della allora Pubblica
Istruzione: e lui lo mette in contatto con un enfant prodige,
laureato in Lettere a vent’anni, giovanissimo direttore del
Museo archeologico nazionale di Napoli: Attilio Stazio,
classe 1923. Sarà il segretario organizzativo, mentre a
presiedere il comitato promotore sarà chiamato Pietro
Romanelli, un grande vecchio dell’archeologia, celebre
soprattutto per i suoi studi sull’Africa romana e per il suo
lungo lavoro nella Soprintendenza di Roma, che si era però
anche occupato del Museo provinciale di Lecce. In pochi
mesi di febbrile lavoro (all’epoca non esisteva nemmeno
la teleselezione, si comunicava per lettera…) fra Taranto,
Napoli e Roma i quattro mettono a punto il programma
del I Convegno, che si aprirà il 4 novembre del 1961, su
un tema suggerito da Belli ed approvato entusiasticamente
dagli altri, oltre che dal designato presidente del Convegno
stesso: “Greci e Italici in Magna Grecia”.

Ed anche l’accento
posto sulle fino ad allora trascurate popolazioni “indigene”,
in genere trascurate come barbariche, era un segno di grande
modernità.
Non solo. Fin dal I Convegno, Stazio puntò ad un ampio
coinvolgimento di giovani, attraverso borse di studio che
consentissero a laureandi o neolaureati in discipline antichistiche
di recarsi a Taranto per seguire i lavori del Convegno.
Quasi tremila borsisti, provenienti da Università di tutto il
pianeta, grazie a questo contributo (che beninteso copre
solo parzialmente le spese di viaggio e di alloggio), hanno
così ricevuto a Taranto un imprinting fondamentale, ed
hanno costituito, negli anni, l’ossatura della futura classe
accademica e delle Soprintendenze.

Le prime edizioni dei Convegni riscossero un enorme
successo internazionale, e videro anche la partecipazione
della comunità tarantina e degli enti locali, ma non solo.
Gli Enti del turismo e le amministrazioni di Comuni delle
vicine Basilicata e Calabria – altre regioni di Magna Grecia
– ospitarono i convegnisti per “gite archeologiche” o
per sessioni del Convegno. Poi iniziarono gli anni delle
ristrettezze economiche. Per garantire continuità scientifica
al Convegno – che si reggeva sulle strutture amministrative
dell’Ente del turismo – nacque l’Isamg, Istituto per la storia
e l’archeologia della Magna Grecia, col coinvolgimento di
accademici e di soprintendenti archeologi. Il primo presidente,
con Stazio segretario, fu un insigne storico dell’antichità,
Giovanni Pugliese Carratelli, direttore dell’Istituto
italiano di studi storici dal 1960 al 1986, poi suo presidente
onorario. L’Isamg fu dapprima ospitato dalla Banca popolare
di Taranto; scomparsa la banca perché incorporata da
un istituto di credito barese che non nutriva interesse per
il sostegno alle attività culturali a Taranto, l’Isamg trovò
alloggio nel Palazzo degli Uffici, nei locali al pianterreno
di piazza della Vittoria che avevano ospitato l’emeroteca.

Ampi e centralissimi, ospitarono anche una biblioteca specializzata
che contava ormai ventimila fra volumi e fascicoli
e diventarono preso sala di studio oltre che di consultazione,
ospitarono mostre, incontri ed eventi culturali. Poi lo sfratto,
perché negli intendimenti dell’amministrazione comunale
dell’epoca – quella che condannò a morte lo storico edificio
con progetti di restauro e riuso tanto megalomani quanto
inadeguati – in quei locali doveva insediarsi una pizzeria.
Nel deserto della politica, con Stazio – divenuto nel frattempo
presidente dell’Isamg – che lanciava inascoltati allarmi,
Convegni, istituto e biblioteca rischiarono concretamente
di traslocare, per sempre, in altre più accoglienti lande (da
Calabria, Basilicata e Campania erano arrivate numerose
dichiarazioni di disponibilità di sedi e di finanziamenti).
Fu l’unica istituzione che non avesse fra i propri compiti
la promozione dell’alta cultura, la Camera di commercio,
guidata all’epoca da Emanuele Papalia, a venire in soccorso
dell’Istituto, ospitato, con una parte della ricca biblioteca
(molti volumi giacevano e giacciono tuttora, come una
parte, la meno rilevante per fortuna, della ricca biblioteca
del liceo Archita, in stanzoni dell’abbandonato ed in degrado
Palazzo degli Uffici), nella Cittadella delle imprese.

Nacque anche in quegli anni la Fondazione Taranto e
la Magna Grecia, che doveva diventare – surrogando il
soppresso Ente del turismo, sacrificato ad un centralismo
regionalistico che sacrificava e mortificava le autonomie
locali – il braccio operativo dei Convegni, riservando all’Isamg
quello scientifico. Ma anche la Fondazione stentò a
decollare, e durò poco, cambiando poi denominazione ed
ampliando i suoi scopi, annacquando così – anche se non
annullando – l’originaria impostazione di sostegno agli
studi ed alla divulgazione culturale sulla Magna Grecia.
La Camera di commercio, intanto, cambiata la presidenza,
voleva mettere a reddito gli spazi nei quali ospitava l’Isamg,
ed esigeva intanto canoni onerosi per ospitare nelle proprie
sale il Convegno. Che fu accolto a costo zero dalla Marina
Militare nei locali, in fase avanzata di restauro ma anche
di scavo archeologico, del Castello aragonese, grazie alla
sollecitudine dell’amm. Francesco Ricci, all’epoca comandante
in capo del Dipartimento militare marittimo dello
Jonio e del Canale d’Otranto, oggi curatore del Castello
per conto della Marina.
Nel 2010, anno del 50° Convegno, l’ultimo da lui preparato,
moriva Attilio Stazio. Gli succedeva alla presidenza dell’Isamg
Aldo Siciliano, già suo assistente e poi docente di
Numismatica a Lecce.

E in soccorso dell’Isamg si muoveva
l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, attraverso il suo
Polo jonico. Con grande determinazione, superando ostacoli
frapposti dalla burocrazia, il Magnifico Rettore dell’epoca,
Corrado Petrocelli, ed il suo prorettore e delegato per il
Polo jonico Antonio Uricchio, suo successore anche nel
Rettorato, accolsero l’Isamg, e parte della biblioteca, nei
locali di Palazzo d’Aquino destinati proprio al Rettorato,
mentre il Convegno trovava giusta sede (conservando la
chiusura al Castello), insieme con la Mostra-mercato dell’editoria
archeologica che si tiene nei giorni del Convegno
stesso, nella sede principale del Polo universitario jonico,
la ex caserma Rosaroll, già convento di San Francesco, in
Città Vecchia.

Incidentalmente: il richiamo all’ex caserma
Rosaroll è particolarmente indicato per una sede universitaria,
visto che l’intitolazione è ad un giovane patriota che
combattè col contingente napoletano nella prima fase della
I guerra d’indipendenza, al fianco del battaglione di volontari
universitari a Curtatone e Montanara (morì nel 1849
nella difesa di Venezia, dove era accorso come volontario).
Gli assegni di studio stanziati da vari soggetti (in primo
luogo i club service, discontinui sono i contributi degli
enti locali, miseri quelli di banche e imprese…) raramente
coprono le richieste degli studenti, che a volte, proprio per
questo, si contraggono. Eppure, nella loro modestia – 250
euro per residenti in Italia, 300 per residenti all’estero –
contribuiscono davvero non solo al progresso della cultura
ma anche a far conoscere Taranto, nei suoi aspetti migliori,
nel mondo intero.

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