16 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Maggio 2021 alle 15:41:06

Attualità

I 97 anni di Claudio De Cuia

Appassionato cultore e ricercatore della tarantinità


Il 16 marzo ha spento la 97esima candelina il prof. Claudio De Cuia, cultore della tarantinità nei suoi vari aspetti, scrittore e poeta nonché socio ordinario della Società di Storia e Patria per la Puglia. Fra gli ultimi moi­cani del dialetto tarantini, di lui conservo un simpatico ricordo, risalente a qualche anno addietro, quando ancora non ri­nunciava alla lunga passeggiata mattu­tina per le vie del Borgo.

Lo incontravo frequentemente alla fermata del numero 8, in via Principe Amedeo, vicino alla Dok: lui alla fine del giro mattutino, io all’inizio del mio. Era suo il primo saluto, con ampio sorriso. “Uè, Angiulì – diceva immancabilmente – ti devo fare ascoltare una cosa”. Estraeva un foglio dalla tasca e cominciava a declamare la sua ultima po­esia. C’era da restare incantanti davanti a quello sciorinare di suoni e di sensazioni, che faceva emergere il desiderio di rima­nere attaccati alla vita (bella, oh quanto è bella!) anche con i denti. Lo ascoltavo pregando che l’arrivo del bus non spez­zasse quell’incantesimo. Ma difficilmente tale desiderio veniva accolto. Salendo in­sieme sul pullman, Claudio non smetteva di declamare, facendosi largo nel corri­doio affollatissimo e accomodandosi sul sedile lasciato provvidenzialmente libero da un giovane. Ringraziava col cenno di capo e concludeva nell’arco di tempo necessario a superare un paio di ferma­te. Sollevava lo sguardo dallo scritto e chiedeva con gli occhi “Che te ne pare?”. Poco mancava che applaudissero tutti gli altri passeggeri, autista compreso, incan­tati dal suo verseggiare. E il giovane che educatamente gli aveva ceduto il posto, chiedeva un po’ irrispettoso: “’U no’, me l’à dà a me ‘a puijsie?”.

“M’a’ scusà, no’ ne tenghe cchiù!” ri­ la mano, sussurrava: “E cci ‘u canosce, a quidde?”. Ora scrivo, con la speranza che queste note non cadano sotto i suoi occhi, sennò, come facevano i professo­ri di lettere di una volta, chissà quante sottolineature con la matita rossa e blu! C’è ancor oggi da immaginarselo mentre scuote la testa e brontola di fronte a certe approssimazioni, che talvolta inquinano le origini nobili e lontane di ogni parola. Egli non ammetteva errori e per questo era pronto a combattere alla pari con i suoi “pari grado” che ormai numerosi lo osservano dall’alto dei Cieli. Forte di questa padronanza del dialetto, Claudio De Cuia ha anche redatto, unica nel suo genere, una grammatica tarantina, stru­mento prezioso per chi vuole andare alle fonti della purezza delle nostre radici.

Tanta competenza gli ha permesso addirittura la traduzione in dialetto di “testi sacri” quali la Divina Commedia, il Vangelo secondo San Giovanni e i Pro­messi Sposi. E’ sua anche la spassosissima raccolta dal titolo “Insultorio”, il cui sot­totitolo recita così: “Breviario di scurrili espressività lessicali. Insegnamenti per chi non ama il prossimo suo”, realizzata per i tipi della Edit@. Per la medesima casa editrice, di De Cuia va anche ricorda­ta l’opera “Russe e gnure ovvero il diavolo e l’acquasanta”. Il testo verte su taluni modi di dire della terra di Taranto per stigmatizzare il contrasto tra le posizioni irriducibili di laicità e di religiosità, attra­verso le figure tipiche del diavolo, quello tipicamente carnascialesco e tracotante nella bonarietà paesana, e del sacerdote, sapientemente abbozzato da tanti autori nei panni dello scaltro e genuino servo di Dio, ma padrone di se stesso.

Fino a quando la salute glielo permet­tevano, ogni domenica si recava nello studio d’arte di Nicola Giudetti in via Duomo e, ancor prima, in piazza Fon­tana dall’albergatore Mimmo Sorrento, presidente dell’associazione Taranto Madre (da qualche anno deceduto) con cui organizzava molte iniziative per far conoscere usi e costumi della città; va anche ricordata l’amicizia e la lunga collaborazione con il poeta e scrittore Giacinto Peluso.

Di fronte al decadimento della nostra me­moria De Cuia spesso dice che i tarantini sono come gli indiani: cancellano ogni traccia del loro passaggio, consegnando il niente, o poco più, a chi verrà dopo.

Particolarmente appetito il suo archivio di foto e documenti. Ma forte della sue esperienza di reperti prestati e mai più tornati indietro, ha sempre dato picche a ogni richiesta in tal senso.

Con oltre trenta pubblicazioni al suo attivo, Claudio De Cuia ha espresso la sua versatilità anche nel campo della xi­lografia, incidendo immagini su tavolette di legno, inchiostrate e utilizzate per la realizzazione di più esemplari su carta. Allievo di Paolo Casotti, numerosissime sue opere sono presenti in importanti collezioni in tutto il pianeta.

La pagina facebook “Foto Taranto com’e­ra”, nel giorno del suo compleanno, gli ha dedicato un breve filmato con notizie cri­tiche e biografiche e la declamazione di una sua poesia da parte di Amelia Ressa.

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