11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Maggio 2021 alle 21:25:15

Attualità

Torna “l’olie d’u pesce sciorge”

Le bottigliette del “miracoloso” unguento in vendita al mercato del pesce di via Garibaldi


Il pittoresco mercato del
pesce sulla banchina di via Garibaldi
appare popolato già alle prime ore del
mattino. I patiti del pescato fresco accorrono numerosi anche dalla provincia,
consapevoli che non ne usciranno delusi.
Dalle “paranze” e “paranzedde” si
scaricano di cassette di pesce catturato
nell’appena trascorsa faticosa nottata
di lavoro mentre i componenti degli
equipaggi si attardano davanti a una
bottiglia di birra, commentando l’esito
della battuta.
Triglie, lutrine, calamari, cefali, gamberi
e quant’altro popola gli abissi del Mar
Jonio sono ancora vivi nelle cassette e
non intendono accettare la fine della propria esistenza: un salto, un altro ancora,
nel tentativo di far ritorno finalmente nel
proprio habitat naturale, più o meno inquinato.

Una mano impietosa raccoglie
però la creatura e la pone, assieme alle
altre, in un sacchetto di plastica. E via
di corsa a cucinare. Immersi nel pentolone di sugo o arrostiti sulla graticola,
quei pesci daranno modo al ghiottone
di turno di ringraziare il Padreterno
di averlo fatto nascere in una città di
mare. E nella fattispecie la nostra che,
nonostante quello che si dice in giro, è
bella, bella assai.
Fra le urla dei venditori e di quanti sono
alle prese con appassionate partite di
“padrone e sotte” sarà facile sentirsi
rivolgere la fatidica domanda: “Signo’,
u ‘ue l’olie d’u pesce sciorge?”. La
turista mal incappata, a digiuno di usi
e costumi locali, ne resterà senz’altro
interdetta, non sapendo che rispondere.

Lo stesso accade per una gentile acquirente dei nuovi quartieri cittadini,
non molto avvezza al vernacolo locale,
che penserà senz’altro pensare a un
invito equivoco. A malapena tratterrà
l’impulso di rispondere in malomodo,
magari accostando il termine dialettale
ai parenti stretti, preferibilmente di sesso femminile, del venditore. Mal gliene
incoglierebbe, perchè “’u pisciauèle”, a
giusta ragione offeso, sgranerebbe subito
il rosario di maleparole, queste sì, nel
più stretto “slang” dei due mari. Infatti
non si tratta di una parolaccia. Lo sa
molto bene la popolana che, sorridendo,
darà di gomito alla vicina di spesa, come
per dire: ”Non è niente, non è quello che
pensi tu”. E indicherà una bottiglietta,
tipo quella dei succhi di frutta, dal
contenuto giallognolo: “olie d’u pesce
sciorge”. Ne fa pubblicità un grande
cartello scritto a mano, poggiato sulla bancarella.

Cinque euro la bottiglietta,
prezzo modico. L’effetto del preparato,
sostengono i pescatori, avrebbe del miracoloso: sarebbero infatti sufficienti poche gocce (guai a sprecarlo!) e anche le
ferite più profonde cicatrizzerebbero in
breve tempo. Alcuni sono anche assertori dell’efficacia nei confronti del mal
di stomaco: anche se la puzza tremenda che si diffonde dal contenitore non
invoglia certo a ingerirlo. Il prodotto si
estrae dal fegato di un pesce che assomiglia, come dice il nome, ad un sorcio
(il pesce-vacca) e che, a quanto ci viene
riferito, viene pescato nelle acque dello
Jonio, nei pressi soprattutto di Policoro.
“L’olie d’u pesce sciorge” era così ricercato nella Taranto dei tempi andati che
i pescatori lo davano in dote alle figlie
prossime al matrimonio.

Ed in occasione delle festività più importanti era un
regalo molto ben accetto da parte delle
persone più care. Fa un certo effetto
rivederlo in circolazione, dopo che per
tanto tempo se ne erano perse le tracce.
Per altri non è una sorpresa in quanto
viviamo un periodo caratterizzato dalla
grande diffusione di prodotti naturali.
E cos’altro sarebbe questo particolare
preparato, la cui ricetta si tramanda di
generazione in generazione? Alcuni, celiando ma non troppo, pensano già a una
denominazione d’origine controllata.
“Olie de pesce sciorge doc”. Non suona
male. Chissà che…

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