26 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 26 Novembre 2020 alle 10:54:25

Attualità

Il film​ “Il grande spirito”​, Rubini e i dubbi su Taranto​

Tra i protagonisti anche Rocco Papaleo


Se non fosse che è
girato a Taranto, “Il grande spirito”
sarebbe una bella e amara poesia
narrata in una selvaggia quanto suggestiva giungla urbana. Ma i tetti e
le terrazze sui quali Sergio Rubini e
Rocco Papaleo vivono la loro surreale
amicizia sono quelli dei Tamburi e
l’orizzonte è quello disegnato dalle
sovrastanti ciminiere del siderurgico.

Ed è proprio questo aspetto che, qui a
Taranto, dà al film un sapore diverso.
Diventa una metafora che piace agli
ambientalisti (non a caso alcuni di
loro erano presenti alla proiezione in
anteprima al Bellarmino con i protagonisti e il produttore) e lo stesso
Rubini – con alcune dichiarazioni
rilasciate alle vigilia – aveva acceso
gli entusiasmi di chi vorrebbe che la
fabbrica fosse chiusa. Ma si esaurisce
qui la lettura del film? Certamente no.
Lo stesso Rubini, pur sottolineando il
tentativo di porre l’accento sulla questione Taranto, ha espresso concetti
più compiuti, a volte sottolineature
che infrangono certi luoghi comuni
della narrazione che di questa città
è stata fatta negli ultimi anni. «A
Taranto siete un po’ come i pellerossa
(nel film il personaggio interpretato
da Papaleo è un disagiato psichico che crede di essere un indiano
Sioux, ndr): loro furono espropriati
dalla costruzione delle ferrovie; qui
è arrivato l’acciaio.

Ma bisogna dire
che l’Italsider lo volevano tutti, lo
volevamo anche a Bari e Taranto ha
beneficiato dell’arrivo del siderurgico.
Poi però bisognava fermarsi e invece
siete diventati pellerossa e oggi siete
costretti a collaborare con l’Ilva. Vivete questa contraddizione. Ma questo è un problema italiano». Tarantini,
quindi, vittime sacrificali? Per certi
aspetti sì, per altri probabilmente no.
Perché Rubini le frecciate critiche
all’atteggiamento dei tarantini le scocca senza ipocrisie: «Per fare battaglie
servono amici, ma qui siete spaccati.
Bisogna trovare un’idea comune e
forse l’aiuto vi deve arrivare dall’esterno. Al centro della questione devono
esserci i tarantini, non l’Ilva. Bisogna
adattare l’acciaio all’essere umano. La
questione è complicatissima».

Con gli occhi di chi tarantino non è,
Rubini sembra quindi uscire dalla
logica semplicistica “Ilva sì-Ilva no”
che ha pervaso la città da quando
è esplosa la questione ambientale.
Forse un punto, le sue parole, per chi
ritiene che cercare una via d’uscita non sia poi così facile come recitare
uno slogan. L’altra stoccata: «Il centro
storico dovete metterlo a posto prima
ancora di pensare all’Ilva. Questo è
un problema culturale. Bari Vecchia
(che bello sentire pronunciare senza
vergogna queste due semplici parole
senza cercare inutili eufemismi lessicali, ndr) era un ghetto, oggi è altro.
Bisogna capire che con il cinema, la
musica, la cultura, si fa pil e questo
va spiegato anche ai commercianti
che si lamentano per i momentanei
disagi prodotti dalle riprese di un film,
come è successo proprio a Taranto
per la produzione Netflix. C’è un
problema di arretratezza culturale».

E
ancora: «A Bari per la presentazione
del nostro film c’erano milleduecento
persone, qui siete ottanta. Eppure in
questo film c’è Taranto».
Taranto, appunto. È davvero la protagonista de “Il grande spirito”? O
è solo una location splendidamente
contemporanea per accogliere questa
storia di innocenza, amicizia e malavita ambientata nel fitto labirinto di
tetti, antenne e ciminiere tra le quali si
nascondono e palpitano sordide vite di
tribù suburbane cresciute all’ombra di
uno sviluppo squilibrato? Credere che
questo sia un film su Taranto è un errore e non solo perché nel film – dove
si impastano dialetti baresi, lucani e
tarantini – la parola “Taranto” non
è mai pronunciata. Certo, come ha
detto lo stesso Rubini, forse scenario
migliore per raccontare questo groviglio di esistenze ai margini anche
fisici di una società cinica e bara non
poteva esserci. E forse dovremmo
felicemente abituarci a vivere Taranto
semplicemente come un magnifico set
cinematografico, senza farci prendere
da stucchevoli crisi esistenziali ogni
volta che una macchina da presa attraversa il ponte girevole.

È lo stesso
Rubini ad ammetterlo: «Questo è un
film che va oltre Taranto» e fuori
Taranto oltre la metafora ambientale
resta la storia, con il suo carico straripante di contraddizioni urbane. Una
storia esportabile ovunque anche se,
nonostante il regista sia di un altro
parere («Il tema dell’ambiente è valido
dappertutto, è il tema del presente»),
forse al di là dei Due Mari la metafora
ambientale viene smorzata di senso.
Ma è il finale, con la scelta di una fuga
verso una ideale terra promessa, che
mette fine ad ogni dubbio: non è un
film su Taranto. Perché da Taranto
non si fugge. Si resta per costruire
una città migliore. Anche con altri
auspicabili “ciak, si gira!”.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche