LA FABBRICA D'ACCIAIO

La nuova era del siderurgico

Dopo lo Stato e dopo Riva ecco l’arrivo della multinazionale Arcelor Mittal

Attualità
Taranto venerdì 09 novembre 2018
di Enzo Ferrari
Prima e dopo: via l’insegna Ilva, ecco quella di Arcelor Mittal
Prima e dopo: via l’insegna Ilva, ecco quella di Arcelor Mittal © Tbs

Siamo alla terza fase della sua storia: prima lo Stato, poi Riva, ora Arcelor Mittal. Tra le ultime due ci sono stati i traghettatori dell’Amministrazione Straordinaria. Quasi sessant’anni di siderurgia che hanno segnato profondamente, e in modo determinante, lo sviluppo della città. Dagli anni d’oro della industria targata Iri, che proiettarono Taranto ai primi posti nazionali per ritmo di crescita e reddito pro capite, agli affanni degli anni ‘90 che culminarono nelle controverse privatizzazioni e nella traumatica gestione della famiglia Riva: un territorio abituato a pascere con l’economia di Stato (l’Arsenale prima dell’Italsider) per la prima volta si era ritrovato a fronteggiare un “padrone” privato. Come è andata a finire lo sappiamo tutti.
Dal 2012, l’anno fatidico dell’esplosione della bomba giudiziaria, Taranto ha finito per lacerarsi in una dilaniante disputa tra lavoro e salute. La fabbrica che un tempo i tarantini rivendicavano con orgoglio, mutata in un mostro da abbattere. Ora si volta pagina, sulla base di quello che probabilmente è il miglior compromesso possibile tra tenuta produttiva e occupazionale, da una parte, e migliori condizioni ambientali, dall’altra. Il compito di Arcelor Mittal è arduo: c’è un rapporto col territorio da ricucire. Il nuovo management sembra esserne consapevole. «Nulla può funzionare - ha detto l’ad Jehl - senza la fiducia della comunità. Per noi la reputazione è fondamentale e si basa su trasparenza e rispetto della legge». Più volte Jehl ha enfatizzato il valore delle «persone» come elemento per rilanciare la fabbrica e, di conseguenza, il suo rapporto con la città. Più che il milione di euro all’anno annunciato come investimento previsto per iniziative sociali, sarà l’auspicabile dialogo costruttivo e continuo col territorio a fare la differenza con la gestione Riva. Non si può gestire una fabbrica così impattante restando a dormire nella foresteria dello stabilimento. Una chiusura sprezzante verso la città che Riva ha finito per pagare a caro prezzo. Che il cambio di insegna sia davvero un momento di svolta.

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