19 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 18:23:13

Cronaca

Un brand Taranto per il dopo-Ilva


Ferragosto è passato ed Enrico Bondi non è stato assunto in cielo. Dove eravamo rimasti? Potremmo ricominciare da “Città europea della Cultura”: Taranto o Lecce? Ma dai! 

Lascio volentieri spazio agli equilibristi della parola, agli habitué dei boudoir in vetrocemento e agli opportunismi politici (?). Non ho né voglia né interesse e men che mai l’accomodante necessità geopolitica di voler salvare ad ogni costo capra e cavoli. Sia chiaro, tutte posizioni ben incardinate, rispettabili, direi perfino legittime, ma, pigro come sono, preferisco starmene di sguincio. Mi preme ben altro dibattito sulla mia Taranto: “Quale città nel dopo Ilva”? E’ la mia fissa, per altro ben documentata nella rinata (e affossata) “Voce del Popolo”. Perché, comunque la si voglia vedere allo stato o si vada decidendo (ir)responsabil-mente nei luoghi lontani da Taranto, un dopo Ilva ci deve essere. Non può non esserci. Lapalissiano, no? Il problema, se mai, sta “nel come”. La magistratura ha già dato, sta dando può dire quello che non è bene ma non ha ruolo programmatorio. Spetta ad altri.

Ora, deluso dai balbettii fin qui biascicati sul futuro di Taranto, e in attesa di conoscere le opzioni che dovrebbero preoccuparsi quantomeno di prefigurare prospettici stage e pensatoi se non proprio piani attuariali, mi sono detto: e se ci affidassimo a dei creativi puri? Sapete, quelle persone che un cinema d’evasione ama mostrarci nel chiuso di una stanza-pensatoio (ma spesso anche in illuminanti passeggiate fra posti e luoghi comuni), esclusivamente impegnate a connettere certezze acquisite con idee innovative sino a spremerne uno slogan, un logo, un brand.


Certo che non è farina del mio sacco, la cosa me l’hanno suggerita a New York qualche tempo fa e Firenze più recentemente. E ho riflettuto: ci deve pur essere una ragione se perfino due città così radicalmente caratterizzate nelle loro identificazioni storiche e che non avrebbero alcun bisogno di cambiare look, hanno ritenuto di dover rinnovare la segnaletica del “benvenuti nella nostra città”. Qualcosa di forte deve essere cambiata nella dinamica delle loro tessiture economiche e sociali per sentire la necessità di aggiungerne i connotati sugli attuali stati di famiglia che guardano in avanti.

E noi? Beh, vediamo di rinnovarci almeno il pacchetto delle cartoline illustrate e poniamoci d’emblée questa domanda: ma Taranto come andrebbe rappresentata in prospettiva?

Ancora con il romantico Ponte girevole? O con il business (già sfilacciato) del marinaio in solino? Forse meglio, con i retorici incappucciati della riformata Settimana Santa. Magari con la colomba di Archita sbuffante sul cupo skyline della super città siderurgica tra le cui ferraglie biancheggia il pitale di Filonide.

Vedete quante facce, e tutte ben miniate sulla pergamena di un passato più o meno recente. Ma sono le facce del futuro o i marchi indelebili dell’eterna attesa di un ennesimo progetto paracadutato? Meglio ancora, sono riconducibili a una Taranto da Terzo Millennio? Mi riferisco alla Taranto affacciata su un Mediterraneo sempre più ribollente tra primavere arabe alla ricerca di se stesse e biblici esodi di migranti verso (irridente nemesi storica) mitiche quarte sponde.

Non credo che la politica pro tempore (si dice così, no?) abbia idee, voglia e forza per progettare un dopo Ilva.

Tra l’altro, poverina, tira a campare con l’alibi dell’emergenza che, detto a beneficio dei più giovani, in ripetuti momenti del secolo scorso si è fatta chiamare “congiuntura” prima di rinfrescarsi in “transizione” e via via riposizionarsi di allocuzione in allocuzione. Ma sempre emergenza era, emergenza è stata, emergenza è, e sicuramente sarà se non ci diamo una mossa.

E allora, visto il “contingente” straniamento della politica, non rimane che affidarsi ai creativi per un nuovo “brand Taranto”. Loro sì che hanno l’immenso privilegio di individuare le tendenze su cui, certo per mestiere, adagiano gli incentivi al consumo, ma in realtà sanno prefigurare (anzi, suggerire) uno futuro spaccato sociale sintetizzandolo in uno slogan, una battuta, un logo.

E allora, lasciamo pure stare New York, ma facciamo almeno come Firenze che ha lanciato un concorso internazionale online per un suo brand proiettato in avanti. Vuoi vedere che ne trarrebbe suggerimenti innanzi tutto la povera politica alle prese con l’emergenza, o come diavolo si chiamerà da domani in poi? Io ci proverei, tanto, e nessuno si illuda del contrario, un dopo Ilva è già iniziato. Comunque.

Paolo Aquaro

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