Cronaca

Cozze al macero, «Loro litigano, noi paghiamo»


TARANTO – «Francamente non mi interessa chi ha ragione tra l’assessore Nardoni ed il sindaco Stefàno. Anzi, credo che nessuno dei due abbia responsabilità. Il problema è che tutti continuano a parlare, soprattutto chi non è competente in materia, e noi paghiamo».

Comprensibile il rammarico di chi, come Egidio D’Ippolito, presidente della cooperativa Pemios, rischia di ritrovarsi, per l’ennesimo anno, con un prodotto invenduto. La querelle, deflagrata con la lettera inviata dal sindaco Stefàno al presidente Vendola, e proseguita con i battibecchi tra l’assessore regionale alle Risorse Alimentari Fabrizio Nardoni ed il primo cittadino, ha aperto il caso sulla commercializzazione delle cozze tarantine.

In mezzo, come al solito, restano i mitilicoltori, che ancora una volta rischiano seriamente di mandare al macero migliaia di quintali di mitili. «La legge prevede che per la classificazione di un’area debbano trascorrere almeno sei mesi. Quella del sindaco Stefàno sembra una scorrettezza amministrativa – afferma D’Ippolito. Chiedendo di accorciare i tempi, scarica sulla Regione Puglia ogni decisione sull’eventuale nullaosta. In questo modo, in caso di problemi, ne risponderebbe la Regione. Il problema, invece, è tutt’altro. Quando ci siamo spostati in mar Grande era marzo. I tempi per evitare questa situazione c’erano tutti ma nessuno ha voluto ascoltarmi».

La proposta di Egidio D’Ippolito era molto semplice: «dopo i prelievi effettuati dall’Asl in mar Grande, bastava spostare il prodotto in mar Piccolo, farlo sostare per dieci, venti giorni. Giusto il tempo per i prelievi dell’Asl. Se l’esito dei campioni fosse stato buono avremmo potuto vendere tranquillamente le cozze, perché i prodotti del secondo seno di mar Piccolo non hanno alcun vincolo e possono essere commercializzati».

Nessuno, però, ha voluto prendere in esame la proposta del presidente della cooperativa Pemios. «Siamo alle solite, tutti parlano, soprattutto chi non ha competenza in materia. Il problema è che a pagare sono sempre gli stessi, cioè noi. Tutti in città sanno che i nostri prodotti, se non lavorati, si sfaldano. Di questi problemi dovevamo parlare ad aprile. Invece ci ritroviamo, per l’ennesima volta, a rischiare di perdere il nostro prodotto».

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