20 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Giugno 2021 alle 07:42:14

Cronaca

Ilva può ripartire dal piano industriale


Di Federico Pirro

Nelle scorse settimane il Ministro Zanonato, visitando l’Ilva, ha ventilato l’ipotesi che l’altoforno di Piombino della Lucchini possa integrare, sia pure per un breve periodo, le sue produzioni con quelle di Taranto – ove sono fermi gli Afo 1 e 2 e le loro cokerie onde adeguarli alla nuova Aia – per rispondere ad un prevedibile incremento di domanda di cui si avvertono segnali confortanti. Tale affermazione ha allarmato i Sindacati che, a causa della possibile dismissione di un altoforno, temono un decremento di capacità nel Siderurgico ionico con conseguente riduzione di occupati.

In proposito alcune riflessioni sono necessarie: 1) intanto, è apprezzabile che a Piombino Istituzioni, Sindacalisti e cittadini difendano l’unico altoforno in esercizio, quando a Taranto invece gli antindustrialisti più irriducibili vorrebbero dismettere i quattro del Siderurgico, interessati peraltro entro il 2015 da imponenti interventi di ambientalizzazione; 2) sarà solo il piano industriale che metterà a punto il Commissario Dott. Bondi – dopo l’approvazione del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione – a definire l’assetto produttivo dello stabilimento ionico che, peraltro, ai sensi della nuova Aia, non potrebbe superare per il triennio 2013-2015 gli 8 milioni di tonnellate annue, mercato permettendo; 3) certo, una riduzione strutturale di capacità comporterebbe una diminuzione di manodopera, è inutile nasconderselo, e probabilmente anche pesante in termini numerici; ed è comprensibile, pertanto, che si sia allarmati negli ambienti sindacali, anche per la giovane età media delle maestranze locali, e per la nient’affatto facile ricollocazione di coloro che risultassero (eventualmente) in esubero.

 

Il Siderurgico nella sua storia ha già conosciuto altre fasi socialmente molto dure e dolorose di riduzione di manodopera – ma non di capacità produttive – che furono fronteggiate in tempi comunque non brevi con prepensionamenti anticipati, allora possibili, e misure di reindustrializzazione cofinanziate dalla Comunità Europea, ma rivelatesi alla lunga solo parzialmente utili. Chi l’avesse dimenticata, ricordi in proposito la molto limitata esperienza negli ormai lontani anni ’90, del Cisi, in termini di nuova occupazione creata, e i risultati anch’essi modesti della legge 181 dell’89, malgrado la ricchezza dei suoi incentivi, e nonostante l’impegno allora profuso dal management pubblico per renderla operativa ed efficace per il riassorbimento della disoccupazione. D’altra parte il break-even di un impianto di quelle dimensioni obbliga, pena pesanti perdite, a produrre a pieno regime, anche per ammortizzare nei prossimi anni gli investimenti che vi si realizzeranno per ambientalizzarlo: ma, d’altra parte, se si abbattono i costi, o alcuni di essi, il punto di pareggio potrebbe scendere, ovviamente.

E’ opportuno ricordare inoltre che, secondo stime dell’Arpa, per contenere drasticamente l’inquinamento, pur dopo i massicci interventi per la nuova Aia, l’impianto non dovrebbe superare i 7 milioni di tonnellate annue; ma la stessa Arpa ritiene tuttavia che se fossero dismesse le cokerie, con conseguente importazione del coke, il sito potrebbe anche marciare, in presenza di una forte domanda, sui 10 milioni di tonnellate annue. In questo secondo caso, però, a che prezzo per il costo finale del prodotto, dovendosi importare il coke necessario? Il piano industriale peraltro – secondo quanto previsto dalla legge di conversione del decreto legge 4 giugno 2013 n.61 – deve essere approvato dal Ministro dello sviluppo economico: si potrebbe allora in quella sede non tenere conto delle esigenze dell’industria meccanica nazionale, che non ha convenienza ad acquistare acciaio da fornitori esteri?

E fermo restando ovviamente che lo stabilimento ai sensi delle norme vigenti deve essere reso pienamente ecosostenibile, si può ignorare che dovrebbe anche essere restituito in piena efficienza produttiva e, nei limiti del possibile, senza pesanti diseconomie gestionali ad una proprietà privata tuttora esistente? I prossimi saranno dunque mesi cruciali per il futuro del Siderurgico, ma le linee guida dell’impegno di tutte le parti interessate sono state limpidamente tracciate dalle norme approvate dal Parlamento e dal costante, equilibrato richiamo del Procuratore Franco Sebastio alla necessità di coniugare (sempre) l’irrinunciabile diritto alla salute dei cittadini e alla tutela dell’ambiente nell’intera area, con il sacrosanto diritto alla salute e al lavoro di operai, tecnici, quadri e dirigenti dell’Ilva e sperabilmente delle aziende del suo indotto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche