26 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 17:54:00

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Processo Ambiente Svenduto, “Disastro ambientale, l’accusa viola i principi della Costituzione”

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Processo Ambiente Svenduto

“Un processo basato su una contestazione di disastro ambientale viziata da illegittimità costituzionale”. Il difensore di Fabio Riva, l’avvocato Luca Perrone, ha cominciato la sua arringa attaccando uno dei pilastri dell’impianto accusatorio, l’ipotesi di disastro ambientale doloso, il reato più pesante che insieme all’avvelenamento di sostanze alimentari e ai reati contro la pubblica amministazione è alla base di una richiesta di condanna molto severa, 28 anni di reclusione. Deceduto il capostipite Emilio Riva, ad aprile 2014, prima che il procedimento approdasse in aula, Fabio Riva è diventato il principale imputato dei 47 del processo “Ambiente svenduto”. “Questo processo – come ha ricordato l’avvocato Perrone – ha segnato uno dei più alti conflitti fra potere legislativo e giudiziario.

Conflitto che ha toccato anche il legislatore che per salvare i processi come questo, basato sul disastro innominato, ha inserito una clausola incongrua. Fino al 2015 è stato utilizzato l’articolo 434 del Codice penale, il disastro innominato, per contestare il disastro in assenza di un articolo specifico. Poi il legislatore ha riformato il codice penale inserendo il disastro ambientale”. L’avvocato Perrone ha sollevato un’eccezione di legittimità costituzionale dell’articolo 434 perché come viene utilizzato in questo processo si pone in contrasto col diritto di difesa e col principio di presunzione di innocenza, quiindi degli articoli 24, 25 e 27 della Costituzione”. Il disastro per accumulo, cioè quello contestato ai vertici dello stabilimento dal 1995 al 2012, quindi legato all’attività industriale del gruppo Riva, “malgrado la giurisprudenza è incostituzionale poiché in contrasto col dettato della nostra Carta”. Sull’eccezione la Corte d’Assise deciderà in camera di consiglio e in caso di accoglimento bloccare tutto e inviare gli atti alla Corte Costituzionale. Oltre l’eccezione di incostituzionalità, il legale di Fabio Riva ha puntato il dito contro l’accusa contro gli imputati di aver provocato “tumori, malattie e morti”.

Leggendo un passaggio del provvedimento del Riesame dell’agosto 2012, quindi subito dopo il sequestro dell’area a caldo e gli arresti del 26 luglio, ha evidenziato che “il passaggio morti, malattie e lesioni costituisce una mera enunciazione descrittiva tesa a rendere l’idea del pericolo, non costituisce una contestazione, lo ha scritto chiaramente il Tribunale del Riesame ad agosto nel 2012”. Le argomentazioni della difesa dei Riva e dei vertici dello stabilimento convergono su un unico obiettivo: dimostrare la tesi dell’assenza di dolo intenzionale nel contestato disastro ambientale. Le sentenze della Cassazione prodotte dal legale e dai suoi colleghi ripercorrono la storia di gruppi o poli industriali dei quali portano il nome, sentenze Porto Marghera e Tamoil. In precedenti udienze il collegio difensivo ha esibito la sentenza Thyssen Krupp, anche questa per sostenere l’assenza del dolo intenzionale. “Questo processo ha davvero dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’evento disastro è stato compiuto col dolo intenzionale? Qui, in realtà, è stato compiuto – ha detto il difensore – un disastro costoso. Nello stabilimento i Riva hanno investito circa 5 miliardi in interventi che hanno migliorato le prestazioni ambientali degli impianti. Con quale risultato? Si sono ritrovati qui, sotto processo a rischiare una condanna a 28 anni di reclusione”.

Annalisa Latartara

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