11 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 10 Maggio 2021 alle 15:20:57

Cronaca

Fuori le aziende tarantine, così l’Ilva fa fallire il territorio

Una storia fatta di miseria, di operai licenziati, di aziende chiuse e di silenzi


Per quanto si possa tentare di fare finta di niente, e prendere per oro colato le dichiarazioni del siderurgico e del sindacato da un lato, ed i silenzi dei vertici di Confindustria dall’altro, noi oggi abbiamo l’obbligo di raccontare un’altra storia, fatta di miseria, di operai licenziati, di aziende chiuse o fallite, di libri portati in tribunale, di imprenditori tarantini che vanno all’estero.

Perchè questa è l’amara realtà, oggi a Taranto, e non quella edulcorata nei comunicati patinati o nelle conferenze stampa da chi non vuole o non può vedere come stanno realmente le cose nel nostro territorio. Noi ovviamente non sappiamo se dal siderurgico sia partita una direttiva, una lettera o una circolare per sospendere od interrompere i pagamenti nei confronti dei fornitori e delle imprese che gravitano nella sua galassia.


Non sappiamo e non possiamo sapere se e quante fatture ci siano e se siano inevase né da quanto tempo. Quello che possiamo sapere, però, è quello che possiamo vedere e sentire, comprese le decine di testimonianze di tanti imprenditori, piccoli e medi, che lavorano, anzi, lavoravano con la grande fabbrica e che oggi non ci sono più.

Tante aziende che magari esistono ancora ma solo sulla carta e che da mesi non sono più in attività. Nei migliori dei casi con i lavoratori in cassa integrazione. Al peggio, in mobilità o direttamente a casa.

Si tratta di un fenomeno molto più vasto di quanto appaia, ma che tuttavia fa fatica ad emergere, perchè molti imprenditori preferiscono non denunciare, aspettando magari che sia un altro a fare il primo passo. Per vergogna, in molti casi, perchè forse il fallimento per un imprenditore è peggio che per chiunque altro. Ma anche per paura, non si capisce bene di cosa: del clima complessivo che si respira sul territorio; di perdere l’occasione per ricominciare quando magari la bufera sarà passata e si dovrà ripartire dalle macerie.

Molti danno la colpa alla politica, ai politici del territorio che non si preoccupano di loro, che non si interessano ai loro problemi, tranne che quando arrivano le campagne elettorali. Qualcuno dà la colpa ai giudici, qualcuno dà la colpa alla propria associazione, alla Confindustria, che a loro dire non tutelerebbe abbastanza i loro interessi. Del resto anche l’Ilva è una associata di Confindustria. Solo in pochi, in pochissimi, danno la colpa a se stessi, alle loro scelte, di essersi accontentanti di essere subappalto e ora che l’appalto non c’è più non hanno la forza di reinventarsi, di differenziare.

Lo dovevano fare prima. Magari prima di fidarsi della politica, prima delle inchieste giudiziarie, prima che l’Ilva finisse le risorse. Ora ci chiediamo se si faccia ancora in tempo.

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