22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 19:54:00

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La Bohème con Pavarotti

Ho assistito da sempre, e recentemente con sempre più parossistica frequenza, all’adulterazione di opere teatrali e soprattutto del “sacro” repertorio lirico. Non potendo essere modificati l’impianto musicale e l’ordito della trama, le più sventurate adulterazioni hanno spesso tanto massicciamente “aggiornato” la scena, il costume, l’abito dei personaggi, il loro agire e l’ambientazione dei fatti, da sortire, contemporaneamente, incredulità, indignazione e poi, soprattutto, un diffuso sentimento di pietà culturale per quanti “non sanno quello che fanno”, ma che non meritano “quel” perdono.

I modernizzatori incancreniti nella sperimentazione del non sperimentabile mi danno l’impressione di rancorosi virgulti mai fioriti, che si accaniscono sui monumenti sacri della cultura umana, incapaci di potervi competere in creatività, rosicchiando parti e porzioni del genio per avere comunque una contaminazione con lo stesso, un nome in ditta, in nome dell’evoluzione del fatto artistico, distruggendo il “saputo”, anche quando si trattasse di coprirsi di ridicolo: Violetta non potrebbe mai ansiosamente attendere il suo Alfredo in cucina.

E così Mimì, che non era una santa (come dimostra la caviglia mostrata al “moscardino di viscontino”), a girare in jans strazzati-finti-poveri della meglio gioventù dei finti straccioni, non darebbe l’idea di una “poco santa ottocentesca”, con quel suo fascino da opus conclusum, fatto di musica immodificabile (speriamo) di storia, di abiti, di Parigi innevata, di cieli bigi, e con la finta neve che avverti fredda per la musica che refola a vento. E il manicotto? lo saltiamo (non usa più). I classici popolari sono nel sangue delle famiglie vere: mille volte la sentimmo quella nota del braccio cadente, e mille volte immaginammo Mimì distesa da Puccini (da PUCCINI!) sul letto canapè. E per più di un secolo nei racconti di famiglia, alla radio, nei dischi, al cinema e poi in Tv ci venne agli occhi il pianto della catarsi… per lei solo povera (non drogata) e sfortunata, e senza jens… e sul letto, deficiente manu.

Voglio andare a teatro per sentire e vedere l’opera come i maestri la immaginarono, e la vollero, mai autorizzando lo scempio della loro CREAZIONE, perché l’opera, come qualsiesi prodotto del genio, è eterna e intoccabile: l’autore ha raccontato porzione dell’”assoluto” colto in quel suo disegno, offerto, come lo volle lui, al pubblico del suo tempo e noi abbiamo il diritto e il DOVERE di risentirlo e rivederlo, aggiornato solo nel minimo aggiornabile e compatibile con le moderne tecnologie; la rivisitazione del genio non può che essere affidata al genio (Zeffirelli docet). Tutto può mutare ma solo ad autore vivente! Poi dopo noi dobbiamo essere i custodi fedeli delle sue volontà. Gli unici eredi obbligati a rigide clausole testamentarie! Mimì è Mimì, e piace se porta con sé quanto ha voluto Puccini. E Tosca deve vestire a moda “impero”, per essere quella Tosca che alluzza Scarpia, che spero non diventi (modernisticamente e politically correct) un arrapatissimo nazista torturatore.

E il pubblico (IO) ha diritto a “quella” musica che avvolge e disegna i personaggi che furono artisticamente vivi con quei costumi, e se non proprio quelli, magari ben rifatti, ma come quelli che riscaldavano Mimì e scollacciavano Tosca. Nulla va camuffato, adulterato dell’opera d’arte per compiacere l’insignificante snobistica modernità che nessuno richiede. Diversamente dobbiamo esigere la restituzione del… biglietto, e riprendere a fischiare, che fa bene all’arte. Ma il buonismo ha aperto le porte ad ogni violazione e inoculato vili prudenze: non si fischia più, si cerca di digerire!!! L’opera d’arte è “monumento” che ha riempito il vuoto della storia e della vita. Non ha bisogno, per essere compresa, di mediocri impupazzamenti.

Rossini non rubacchiò Paisiello che non rapinò Mozart, “andarono” da altri… barbieri. Volevano competere (ottima cosa), non distruggere. Ormai si osa levare lo sguardo da ciucci e incompetenti persino a scremare la cultura classica, perché roba da razzismo bianco. Stiamo tollerando le avvisaglie sempre più minacciose di questa, come di altre stupidaggini, che spero restino solo iscritte nel capitolo: “scemerie… in nome della libertà”. Il diritto a rubare di fretta nel comò della Storia, deriverebbe dal banale esser… vivi, senza altra qualità. Se si continuerà a modernizzare, potrebbe anche accadere che Rodolfo a Mimì rinnovi sì il suo canto, ma così, nella moderna Bohème: “Signorina tiene a mane ca pare de ghiacce, queste è a chiave… va belle, ca… ie mo te cacce A proposto, ‘a prossima vote, tu diche de core, sienteme a me, pigghiete l’ascensore…

Piero Massafra

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