Cronaca

Ambiente svenduto, per Vendola c’è la concussione

Anche tre società vanno verso la richiesta di rinvio a giudizio nell’indagine sul disastro ambientale causato dal Siderurgico


Concussione ai danni del direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato. E’ l’accusa per il presidente della Regione, Nichi Vendola, il più ‘eccellente’ tra i 53 indagati nell’ambito dell’inchiesta Ambiente svenduto, sul disastro ambientale causato dall’Ilva.

Un elenco in cui ci sono, con contestazioni a vario titolo, politici, funzionari ministeriali e regionali, oltre alla famiglia Riva ed ai vertici del Siderurgico.


Nel registro degli indagati sono finiti anche l’assessore regionale all’Ambiente, l’ex magistrato Lorenzo Nicastro, l’ex assessore alle politiche giovanili ed oggi parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, accusati di favoreggiamento nei confronti di Vendola, come il direttore generale dell’Arpa, Giorgio Assennato.

Ancora, c’è Donato Pentassuglia, consigliere regionale Pd accusato di favoreggiamento nei confronti dell’ex pierre Ilva Girolamo Archinà, e quelli dell’ex capo di Gabinetto della Regione Francesco Manna, del dirigente del settore Ambiente Antonello Antonicelli, dell’ex direttore dell’area Sviluppo economico della regione Puglia, Davide Filippo Pellegrino.

Favoreggiamento nei confronti di Archinà è la contestazione per don Marco Gerardo, segretario dell’ex arcivescovo mons. Papa (l’ex Vescovo non risulta indagato).

Sul fronte aziendale, spiccano i nomi degli arrestati del 26 luglio 2012, il patron Emilio Riva, di suo figlio Nicola Riva, oltre che di Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento, Marco Andelmi, capoarea parchi, Angelo Cavallo, capo area agglomerato, Ivan Dimaggio, capo area cockerie, Salvatore De Felice, capo area altoforno e Salvatore D'Alò, capo area acciaieria 1 e 2 e capo area Crf, che rispondono del disastro ambientale, oltre a Fabio Riva, Luigi Capogrosso e il già citato Archinà; il presidente dell’azienda, Bruno Ferrante, e il direttore Adolfo Buffo, vennero denunciati nell’ambito dell’operazione che porta al sequestro dell’acciaio prodotto quando la fabbrica era sotto sequestro senza facoltà d’uso. Beni che saranno poi restituiti all’azienda tramite un decreto del governo.

Altro uomo Ilva di cui emerge il nome è quello dell’avvocato Francesco Perli, che avrebbe avuto i contatti con Luigi Pelaggi, membro della commissione ministeriale guidata da Dario Ticali, che stilò l’Aia del 2011. Tutti e tre sono indagati.

Sempre come uomini dell’azieda ci sono Vincenzo Dimastromatteo e Sergio Palmisano.

Non manca, ovviamente, l’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido, insieme all’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva arrestati entrambi a maggio scorso con l’accusa di aver fatto pressione su alcuni dirigenti perché concedessero all’Ilva l’autorizzazione all’utilizzo delle discariche interne – cosa fatta poi, per decreto, dal Governo. In quella stessa tranche rimasero invischiati l’imprenditore Carmelo Delli Santi ed il dirigente della Provincia, Vincenzo Specchia. Per omissione in atti d’ufficio è indagato il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno.

Per Cataldo De Michele, ispettore in servizio alla Digos, l’ipotesi di reato sarebbe rivelazione di segreti d’ufficio. Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone, gli uomini di fiducia dei Riva in fabbrica, rispondono del cosiddetto ‘governo ombra’. Indagato per la presunta mazzetta consegnatagli da Archinà è l’ex rettore del Politecnico di Taranto, e consulente della Procura, Lorenzo Liberti.

Coinvolte, infine, tre società: Ilva Spa, Ilva Fire Spa e Riva Forni Elettrici Spa.

Il provvedimento è stato firmato dal procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e dai sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano. Quest’ultimo è titolare di due fascicoli d’inchiesta relativi ad incidenti mortali verificatisi all’Ilva di Taranto, fascicoli che sono stati inglobati nell’inchiesta-madre oggi chiusa.

I reati contestati agli indagati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’emissione di sostanze inquinanti con violazione delle normative a tutela dell’ambiente.           
 

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