Cronaca

Marò, una vittoria dell’Italia: stop all’antiterrorismo

Accolto il ricorso. Il ritorno ora è più vicino


NEW DELHI – La Corte suprema indiana ha accolto il ricorso dei due marò contro l'utilizzo della Polizia Nia antiterrorismo e ha sospeso il processo a loro carico presso il tribunale speciale. La prossima udienza si terrà tra quattro settimane. Una notizia che lascia spazi per una evoluzione diversa della vicenda che, fino a poche ore fa, lasciava presagire il ricorso a una legislazione che tratteneva in India la giurisdizione del caso dei due militari pugliesi.

La notizia arriva a poche ore dalla fine dell'incontro a Roma tra il premier Matteo Renzi e il presidente statunitense Barack Obama.
La vicenda dei due fucilieri era stato al centro dei colloqui tra i due nell’ambito di quella “internazionaliz-zazione” della vicenda che il governo sta perseguendo negli ultimi mesi. E lo ha ringraziato, non solo per il sostegno avuto fin qui, ma anche per quello che ancora potrà dare in futuro.

“Sono molto soddisfatto perchè siamo riusciti a far accogliere la nostra posizione e a bloccare la presentazione dei capi di accusa da parte della polizia antiterrorismo Nia”, ha detto l’avvocato dei marò Mukul Rohatgi, commentando la decisione della Corte Suprema indiana. Secondo fonti legali il ricorso accolto oggi dalla Corte Suprema “contesta in toto il diritto dell’India a condurre l’inchiesta e a giudicare i marò”.

Per l’Italia, che era già riuscita a sventare la possibilità di utilizzare il Sua Act (la legge anti-terrorismo che prevede anche la pena di morte), si tratta di una indubbia vittoria: il riconoscimento cioè da parte della magistratura indiana della tesi che la Nia può occuparsi solo di casi di terrorismo.

I due fucilieri del Reggimento San Marco – secondo le accuse delle autorità locali – aprono il fuoco contro i due civili scambiandoli per pirati. Muoiono due padri di famiglia originari del Kerala, Ajesh Binki e Valentie. L’incidente scatena uno scontro diplomatico tra Roma e Nuova Delhi.

Latorre e Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio e, dopo alcuni giorni, trasferiti nel carcere di Thiruvananthapuram. L’allora governo italiano di Mario Monti attiva immediatamente i canali diplomatici necessari al rilascio dei due militari. A prescindere dalla dinamica del presunto attacco, l’Italia rivendica la competenza giuridica del caso poiché – sostiene – avvenuto in acque internazionali. Le autorità keralesi, dal canto loro, si oppongono con fermezza ed aprono un processo giudiziario nei confronti dei due marò.

Un processo che nel 2013 – a un anno dal fatto – subisce nuovi capovolgimenti. Tra i molti il passaggio delle indagini in mano alla Nia, l’autorità indiana competente per i reati di terrorismo. In un primo momento trapela la notizia che i due fucilieri possano essere condannati alla pena di morte. L’inviato speciale del governo, Staffan de Mistura, smentisce categoricamente, garantendo su un accordo scritto raggiunto tra i due Paesi che escluda la pena capitale per i due militari.

Oggi una nuova svolta nel caso.

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