14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 19:15:24

Cronaca

Indotto Ilva, 6.000 stipendi a rischio

L’allarme di Confindustria: “Sistema al collasso, non garantiamo più nemmeno gli acconti. Pronti a scendere in piazza, serve un decreto”. Incontro col prefetto


“Dal prossimo mese non siamo in grado nemmeno di garantire degli acconti sugli stipendi ai nostri dipendenti, come abbiamo fatto sino ad ora. Il sistema è oltre il collasso”. La fotografia dell’indotto Ilva scattata dal presidente di Confidustria, Enzo Cesareo, è tanto chiara quanto drammatica.

E per 6.000 famiglie tarantine il passaggio potrebbe essere quello dalle difficoltà con cui si confrontano da tempo alla tragedia della perdita della, pur minima, fonte di reddito. Circa 6.000 sono infatti i lavoratori delle aziende che rischiano il default. Ovviamente, non tutti sono impegnati direttamente nell’indotto siderurgico ma, come ha notato Cesareo, “se un’azienda fallisce, non fallisce a metà” e a saltare sono tutti i dipendenti, anche quelli dislocati su altre commesse. Facile intuire, poi, l’effetto-domino di un olocausto occupazionale di questa portata.

Alla base di questa crisi, ha spiegato il capo degli industriali tarantini, il ritardo con cui l’Ilva paga i fornitori, all’incirca quattro mesi. “Al danno poi si aggiunge la beffa. Se un’azienda dell’indotto non ha regolarità contributiva – proprio per i ritardi dell’Ilva – allora la gestione commissariale, che è chiamata ad attenersi ai regolamenti, deve a norma di legge estrometterla dal sistema”. Un cane che si morde la coda. Ma Cesareo ‘assolve’ Bondi e Ronchi.

“Stanno facendo bene il loro lavoro, e sulla necessità di ambientalizzare lo stabilimento non si torna indietro. Non vogliamo una fabbrica inquinante, come non vogliamo una fabbrica chiusa. Il problema sono i soldi”. Nell’incontro di ieri coi sindacati, Bondi ha parlato di 4-5 mesi per far partire il piano industriale. “Un tempo che non possiamo permetterci” per Cesareo. “Per questo chiediamo l’intervento del governo e del presidente del consiglio, Matteo Renzi, in prima persona. Dopo cinque provvedimenti dei precedenti governi, ne serve un altro”. Per fare cosa? “Per prendere i soldi che servono. Bisogna invertire la strada prevista dalle attuali normative. Non bisogna cioè partire dalla famiglia Riva, ma dalle banche”.

Le quali però hanno manifestato più di qualche perplessità a dare credito all’Ilva, in questa delicatissima fase. “Qui deve intervenire lo Stato, chiamato a fare da garante. La formula tecnico-giuridica si può trovare”. Un percorso sul quale ci sarebbe l’approvazione da parte della stessa gestione commissariale, mentre della vicenda è già stato investito il prefetto di Taranto, Umberto Guidato. “Siamo pronti a scendere in piazza” ha chiuso Cesareo. “Le aziende locali devono essere coinvolte, in ogni loro sfaccettatura, nella nuova Ilva”.

A parlare è stato, nella conferenza stampa svoltasi oggi, anche Michele Dioguardi, il presidente di Interfidi.

“Abbiamo supportato le aziende, ora serve un passo in avanti. I crediti devono essere certificati dalla stessa Ilva, ma non basta. E’ necessario un decreto che sancisca l’esistenza dei fondi, perchè a differenza del passato il problema non è di normative, ma di liquidità”.
 

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