TARANTO – Ecco la controperizia dell’Ilva. Una ventina di pagine per mettere nero su bianco tutte le osservazioni sulla perizia medica stilata dal dr. Forastiere, dal prof. Biggeri e dal prof. Triassi su incarico del Gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco. I vertici del siderurgico hanno chiesto ad altri esperti di valutare il corposo documento al centro dell’incidente probatorio nell’ambito del procedimento per inquinamento ai danni dell’Ilva. A stilare la “contro-perizia” sono stati: il prof. Lorenzo Alessio, ordinario di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Brescia; il prof. Vito Foà, Ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Milano; il prof. Carlo La Vecchia, professore di Statistica Medica e Biometria all’Università Statale di Milano e Responsabile del Dipartimento di Epidemiologia Generale dell’Istituto Mario Negri di Milano; il prof Angelo Moretto, professore di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Milano; il prof Stefano Porru, professore di Medicina del Lavoro all’Università Statale di Brescia; la dottoressa Eva Negri, ricercatrice all’Istituto M. Negri di Milano. Di seguito riassumiamo le osservazioni degli esperti chiamati in causa dall’Ilva per valutare la perizia medica.

“Per ciò che concerne gli effetti a breve termine gli unici rilevanti nel procedimento in questione le conclusioni che “l’esposizione agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione eventi di malattie e di morte” sono basate su una singola soglia (20 nanogrammo/m3) definita come valore-obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non attualmente in vigore nell’Unione Europea. Se si fosse utilizzato il limite Eu ora in vigore di 40 nanogrammi/m3 e recepito con decreto legislativo n. 155 del 13 agosto 2010, l’eccesso stimato di patologie e decessi a Taranto per gli effetti a breve termine sarebbe stato tendenzialmente nullo. Peraltro, le conclusioni della perizia sono basate su stime di inquinamento (riferite comunque al contributo di Pm10 proveniente da tutte le zone industriali e non dal solo impianto siderurgico) e su modelli statistici e matematici (oltretutto non validati) che implicano considerevoli margini di errore e non consentono quindi di pervenire alle conclusioni indicate nella perizia. Gli effetti a lungo termine nella popolazione generale non sono coerenti in maschi e femmine, e quindi ragionevolmente non sono ascrivibili al solo inquinamento industriale ma, piuttosto, al ruolo residuo di differenza socio-economiche. In ogni caso, se esistenti detti effetti sarebbero comunque da attribuire a esposizioni nel lontano passato, e di conseguenza alla proprietà precedente (fino al 28 aprile 1995). Questi risultati non sono quindi rilevati nel procedimento in esame. Gli effetti a lungo termine riferiti ai lavoratori riguardano soggetti con pregresso impiego in siderurgica nel 1974-97, e quindi, se reali, vanno in larga parte attribuiti alla proprietà precedente. Anche questi risultati non sono quindi rilevanti nel procedimento in esame. Nella perizia in più punti sono evidenziati limiti delle indagini effettuate: “La popolazione studiata è relativamente piccola e il numero di eventi osservati è relativamente poco numeroso. Questo comporta una forte incertezza nelle stime” (pag. 174, pag. 212); “La popolazione oggetto di indagine è di piccole dimensioni e le stime hanno ampi intervalli di confidenza” (pag. 213); “Il Pm10 di origine industriale, …., rappresenta solo un indicatore del complesso delle sostanze inquinanti emesse. Tale indicatore è usato nell’analisi e ha indicato una associazione chiara con gli eventi a priori considerati. Si conviene però che tale indicatore è pur sempre una stima affetta da errore” (pag. 224). L’inferenza su supposti eccessi di patologie e decessi nella città di Taranto e in alcuni suoi quartieri si basano su stime e modellizzazioni di esposizione a livelli di Pm10, sia per gli effetti a lungo che a breve temine. Tuttavia, come riportato a pagina 17 della perizia, la concentrazione media annua di Pm10 nel periodo 2004/2010 nelle diverse centraline di Taranto varia tra 22.9 e 34.9 nanogrammi/m3. Questi livelli sono considerevolmente più bassi di quelli registrati in altre città italiane, come riportato in una pubblicazione scientifica dallo stesso prof. Biggieri (Baccini et al 2011). Ad esempio, la concentrazione media di Pm10 dal 2003.04 era 49.4 nanogrammi/m3 a Brescia, 53.5 a Cremona e 52.5 a Milano. Per la città di Roma dal 1998 al 200 il dottor Forastiere riporta il valore di 52.1 nanogrammo/m3 (Forastiere et al 2005) . I valori del solo 2010 registrati a Taranto sono peraltro sistematicamente più bassi della media del periodo (dal 21.7 al 33.4 nanogrammi/m3). E’ evidente quindi che le concentrazioni di Pm10 a Taranto, anche nelle centraline con valori più elevati sono considerevolmente più basse che in molte altre aree urbane italiane, e in particolare nella Valle Padana. La quota di origine industriale (complessiva di tutti gli impianti, quindi non necessariamente solo di origine Ilva) a Taranto è stimata attraverso modellistica a 8.8 nano-grammi/m3 (pagina 101). Al di là delle incertezze presenti in tutti i modelli e in particolare in queste stime, resta non definita la quota attribuibile all’Ilva rispetto ad altri impianti industriali. Per ciò che concerne gli effetti a lungo termine, la stima di mortalità globale, per tutte le cause naturali, attribuibile a un incremento di esposizione di 10 nanogrammi/m3 a Pm10 provenienti dalla zona industriale è di 1.03 (intervallo di confidenza, Ic 95%, 1.00-1.05) negli uomini, ossia al limite della significatività statistica, ma è esattamente di 1.00 (Ic 95% o.98-1.02) nelle donne. Il fatto che nessun eccesso si sia osservato nelle donne depone contro l’esistenza di rischio alcuno di origine ambientale, poiché in tal caso uomini e donne sarebbero analogamente esposti – in realtà le donne maggiormente, perché tendono in generale a stare più ore vicino al loro luogo di residenza e quindi le stime di esposizione, basate sul luogo di residenza, tendono ad essere più precise sulle donne. Il rischio di decesso per tutti i tumori maligni era di 1.01 negli uomini e di 0.98 nelle donne ossia non vi era nessun eccesso e i rischi di tumore del polmone erano 1.02 negli uomini e 0.97 nelle donne quindi ancora nessuna associazione era presente. Per ciò che concerne l’incidenza dei tumori non vi era eccesso alcuno nè nei maschi (rischio relativo rr= 0.97) nè nelle femmine (rr= 0.98) e le stime per il tumore del polmone erano 0.97 nei maschi e 0.85 nelle femmine. La stima dell’1.1% di eccesso di mortalità a lungo termine nel complesso della popolazione attri-buibile a Pm10 di origine industriale è quindi basata su questo insieme di dati incoerenti nei due sessi, oltre che per cause. Non vi è infatti nessun eccesso di tumori e, in particolare, di tumore del polmone, il principale organo di bersaglio di inquinanti ambientali. Le stime sulla mortalità a breve termine sono quelle rilevanti per le esposizioni attuali, ma sono anch’esse basate su assunzioni e modelli criticabili e, soprattutto, riferiti a valori scelti in maniera del tutto arbitraria, non corrispondenti alla normativa vigente. La distorsione dei risultati ottenuto si deve alla scelta arbitraria di aver utilizzato per il Pm10 la soglia di 20 nanogrammi/m3. Se infatti, anziché la soglia di 20 nanogrammi/me, proposta come linea guida dall’Oms, fosse stato utilizzato il limite di legge di 40 nanogrammi/m3 fissato dall’Unione Europea (e recepito in Italia con decr. legisl. n.155 del 13.8.2010) l’eccesso di decessi a Taranto sarebbe pari a zero, non invece 83 come riportato a pagina 167. Il limite europeo ora in vigore di 40 nano-grammi/m3 è peraltro utilizzato anche nel menzionato articolo di Baccini, Biggeri et al (2011). Per quanto riguarda le denunce di malattia professionale così come descritte a pagine 192-201 della perizia, in assenza del dato nominativo del lavoratore interessato e di precisione sulla diagnosi, le affermazioni sono del tutto congetturali. E’ nota la discrepanza temporale tra data denuncia e data diagnosi di malattia, tra denuncia e riconoscimento Inail, che la denuncia viene fatta dall’ultimo datore di lavoro anche se la patologia è stata contratta altrove, che la latenza è un elemento fondamentale e che quindi il trend in crescita (pagina 194) è atteso. Le stranezze (pagina 197, ultime 3 righe) paventate dai periti potrebbero essere spiegate soltanto in presenza dei dati precisi individuali. Dai dati presentati nel capitolo 5 (della perizia, “La salute dei lavoratori…”, ndr) non è possibile trarre alcuna valutazione sullo stato di salute dei lavoratori Ilva. I dati di monitoraggio ambientale e biologico indicano, invece, che l’esposizione dei lavoratori a sostanze chimiche è controllata e al di sotto dei livelli considerati accettabili per l’ambiente di lavoro e, quindi, a dimostrazione dell’esistenza in Ilva di buone pratiche di igiene e tutela della salute. Di conseguenza le valutazioni dei periti sono infondate”.

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