25 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 25 Ottobre 2020 alle 16:22:59

Cronaca

Arvedi, l’altro Riva che vuole l’Ilva

Settantasette anni, dopo la morte del “ragiunatt” bresciano l’imprenditore cremonese è l’ultimo esponente della vecchia guardia dell’acciaio italiano


Luigi Lucchini, Steno Marcegaglia, Emilio Riva, Giovanni Arvedi. La vecchia guardia dell’acciaio italiano, commercianti di metallo che si fanno, letteralmente, padroni delle ferriere. E’ rimasto solo Arvedi, 77 anni, cremonese. Probabilmente dovremo imparare a conoscerlo anche qui a Taranto, l’ultimo di questa “razza”, padana e padrona, destinato a raccogliere il testimone del ragiunatt bresciano Emilio Riva alla guida dell’Ilva, nelle intenzioni del giovane premier Matteo Renzi.

Come Riva negli anni ‘90, Arvedi potrebbe passare da imprenditore di provincia, con poco più di 2.000 dipendenti concentrati quasi tutti nella ecologicissima acciaieria di Cremona, a big player mondiale, grazie all’acquisizione della più grande fabbrica d’Europa. Con il fondamentale supporto della Cassa Depositi Prestiti, cioè dello Stato che lì mette i soldi (tanti) del risparmio postale degli italiani, Arvedi si candida alla guida dell’Ilva in nome di quella italianità che lo farebbe preferire, nelle stanze di Roma, ai franco-indiani di ArcelorMittal.

L’offerta ufficiale di Arvedi è attesa a giorni sulla scrivania del commissario Piero Gnudi.

Ma chi è, Giovanni Arvedi? E ‘cosa’ è l’Arvedi Acciaio? Il nome della fabbrica cremonese finisce sulle pagine dei giornali il 4 giugno di quest’anno, per un tragico incidente sul lavoro in cui perde la vita un opeaio. Pochi giorni dopo, il 30 giugno, il cavalier Giovanni Arvedi rilascia una della sue rare interviste e per farlo sceglie La Repubblica. “Nei prossimi due anni a Rizhao, nella provincia cinese di Shandong, nascerà uno dei più grandi centri al mondo per la produzione di acciaio e il governo di Pechino ha scelto la tecnologia Arvedi Esp per realizzarlo” scrive il quotidiano romano. “Il segreto? Ci sono 400 brevetti”, dice Arvedi. “Nella mia vita ho incontrato un centinaio di acciai diversi, ciascuno con un suo carattere. E ciascuno va trattato con rispetto”.

Nel colloquio dell’estate scorsa con Repubblica, Arvedi ha parlato anche di Ilva: “La produzione di qualità a Taranto è essenziale per l’industria manifatturiera italiana, siamo disponibili a entrare in un pool di imprenditori italiani impegnati a rilanciare Taranto. Il 40 per cento del Pil italiano viene realizzato dall’industria manifatturiera, senza l’acciaio quell’industria si bloccherebbe in pochi giorni”. Perchè partecipare al salvataggio dell’Ilva? “Per mantenere in Italia due laminatori principali, uno a Taranto e uno a Cremona, con la produzione degli acciai inox a Terni”. E’ il progetto-Renzi, una filiera che tiene insieme Ilva e Ast, teatri di crisi che preoccupano il presidente del Consiglio. Ma chi potrebbe essere il principale azionista?, gli chiede il giornalista. “Credo sia inevitabile che la quota di maggioranza ce l’abbia una società mineraria”.

Dunque non italiana. “Eh no. Penso ai francesi e ai tedeschi. Secondo me è più probabile che siano i francesi di Arcelor”. Evidentemente, dopo qualche mese Arvedi ha parzialmente cambiato idea, anche se nella partita potrebbero rientrare pure i brasiliano di Csn, indicati nei giorni scorsi come possibili partner nella conquista di Taranto. Intanto, l’ultimo cavaliere dell’acciaio italiano si gode la sua passione per la musica (“abbiamo finanziato il Museo del Violino a Cremona e una importante stagione concertistica”) e l’editoria (il giornale “Il Mondo Padano”, settimanale di Cremona, è suo). Nel suo ufficio ci sono la “Medaglia d’oro Città di Cremona” assegnatagli dal consiglio comunale, e la laurea “honoris causa” in Ingegneria Meccanica che il Politecnico di Milano gli ha conferito il 30 ottobre 2013. Tra un po’ forse ci sarà un modellino della fabbrica di Taranto. E Giovanni Arvedi potrà sedersi così al tavolo dei grandi dell’acciaio mondiale.

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