x

24 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Maggio 2022 alle 09:59:00

Cronaca News

«Non possiamo vivere in questa incertezza»: le voci dell’ex Ilva

foto di Lo sciopero ad Acciaierie d'Italia
Lo sciopero ad Acciaierie d'Italia

Piove, sulle teste dei lavoratori in sciopero. Pioviggina, più che altro. Pioggia fastidiosa, un po’ forte un po’ no. Cielo grigio, metallico. Dice: il tempo è incerto. Ed eccola che si avvicina, la parola chiave di oggi e non solo. Dice: ma perché scioperano? Incertezza. E’ per dire basta all’incertezza che scioperano i dipendenti del Siderurgico. Una incertezza sul futuro della Grande Fabbrica, di chi ci lavora, della città.

PRODUZIONE PARALIZZATA
Lo sciopero di 24 ore dalle 7.00 del 6 maggio, indetto da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb, ha riguardato tutta la galassia dell’ex Ilva: i dipendenti di Acciaierie d’Italia, quelli delle aziende dell’indotto e i cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria. Non sono mancati presidi di protesta e blocchi da parte dei metalmeccanici. Anche Ugl ha partecipato allo sciopero. In una nota congiunta Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno parlato di «grandissima partecipazione dei lavoratori, come non se ne vedeva da tempo e paralisi della produzione a Taranto. Dopo l’imponente mobilitazione, pretendiamo la convocazione di un tavolo di confronto sindacale permanente presso il Ministero dello Sviluppo Economico per raggiungere una soluzione definitiva attraverso strumenti adeguati ad una situazione totalmente straordinaria come quella tarantina. Occorre serietà e trasparenza da parte del Ministro Giorgetti e dell’intero governo Draghi. Ci confronteremo nuovamente con i lavoratori attraverso un nuovo programma di assemblee che divulgheremo nei prossimi giorni, in modo da condividere con i dipendenti data e modalità di una grande mobilitazione da organizzare direttamente a Roma. Ci fermeremo solo quando saranno chiare le sorti della fabbrica e quando sarà cessata l’estenuante incertezza che attanaglia le migliaia di lavoratori sociali, dell’appalto e dei 1.700 di Ilva Amministrazione Straordinaria».

ARRIVA L’AD MORSELLI. I SINDACATI: ATTO DI SFIDA
Per i sindacati, la sua presenza ha rappresentato «un gesto di sfida» ed una «provocazione vergognosa». Di certo, l’arrivo dell’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, al presidio di protesta dei metalmeccanici davanti alla Portineria A è stato un momento topico della lunga giornata di venerdì. Morselli si è presentata con un caschetto bianco con sopra il logo di Arcelor Mittal per ascoltare le ragioni degli operai. Ci sono stati momenti di tensione, ma chi ha voluto esprimere in modo forte il proprio dissenso nei confronti della donna-simbolo dell’azienda non è mai andato oltre i limite della civile contestazione. I sindacati rivolgono proprio a Morselli ed alla sua gestione il loro j’accuse per le difficoltà della fabbrica. «Ho detto all’ad Morselli che se davvero si vuole rendere utile alla causa, faccia anche lei come azienda pressioni sul Governo e chieda un incontro come stiamo facendo noi per capire che si intende fare dell’ex Ilva. Morselli mi ha risposto affermando che sta facendo mille richieste ma i ministri non rispondono» ha detto il segretario nazionale della Fim Cisl, il tarantino Valerio D’Alò.

«NON VOGLIAMO CONTINUARE A STARE IN CASSA INTEGRAZIONE»
«Siamo stufi. Siamo stati abbandonati dalla multinazionale e dalla politica nazionale e territoriale. Le quattro organizzazioni sindacali unitariamente hanno deciso di iniziare questo percorso di mobilitazioni che non si limita solo al presidio alle portinerie, andremo alla portineria C, vedremo il numero. Per le notizie che ci arrivano il numero delle adesioni molto alto. Oggi è il primo giorno di mobilitazione, comincia un percorso per riaccendere i riflettori sulla vertenza Ilva, una vertenza che dura da dieci anni»: così il coordinatore di fabbrica della Fim di Acciaierie d’Italia, Vincenzo La Neve, si è rivolto ai lavoratori.

«Viviamo di cassa integrazione» ha aggiunto La Neve. «Non possiamo e non vogliamo continuare a vivere di cassa integrazione. La politica ci deve ascoltare, deve ascoltare le esigenze di tutti i lavoratori: di Acciaierie d’Italia, di Amministrazione straordinaria, dell’appalto e dell’indotto che vengono sottopagati e non pagati in alcuni casi». «La riuscita dello sciopero al siderurgico di Taranto – dichiara il segretario generale della Fim Cisl, Roberto Benaglia – è un fatto molto positivo che evidenzia come i lavoratori e il sindacato dei metalmeccanici non si arrendono di fronte alla crisi e alle difficoltà storiche, nonché alla situazione difficile in cui versa tutto il polo di Taranto». «Come sindacato – continua Benaglia – denunciamo il fatto che il 2022 rischia di essere un altro anno perso e negativo, in quanto gli obiettivi della produzione di acciaio, pari a 5,7 milioni di tonnellate, che l’azienda solamente un mese fa aveva dichiarato di raggiungere, in queste condizioni è chiaro che non potranno essere centrati. La difficoltà e l’incertezza che l’attuale gestione procura allo stabilimento e a tutta Acciaierie d’Italia non è più sopportabile.

Per il segretario nazionale Valerio D’Alò, «chi ci deve convocare non sa cosa vuol dire vivere con 900 euro al mese. Il Governo sta perdendo tempo, perché dall’entrata a maggio nella governance, quale socio di maggioranza di Acciaierie D’Italia, ha spostato in avanti la scadenza, aspettando un possibile dissequestro. La realtà – spiega ancora D’Alò – è che se non dovesse realizzarsi il dissequestro, vogliamo capire che cosa bisognerà fare: A chi rimarrà l’azienda? Quale sarà l’asset societario? Risposte fondamentali per evitare il solito scaricabarile. Diciamo no alle solite e ripetute scuse per non fare nulla. E quando in uno stabilimento siderurgico qualunque vede questo tipo di manutenzioni non fatte, tutto questo si trasforma in mancanza di sicurezza e in cassa integrazione». Proprio sull’argomento cassa integrazione che si sono interrotte le relazioni sindacali con Acciaierie d’Italia: «Un mancato accordo sulla la cassa integrazione evidentemente giustificato, in considerazione che l’aumento dei volumi produttivi sperati e proposti dall’azienda non si sono consuntivati e quindi per le persone non avranno nessuna prospettiva per rientrare dalla cassa integrazione. I lavoratori vogliono risposte – conclude D’Alò – da un Governo assolutamente sordo e assente che sa di doversi prendere delle responsabilità e ancora non se le assume». A far sentire la loro voce, anche i dipendenti dell’appalto e dell’indotto, dove si vivono situazioni difficilissime: «Ci sono aziende in sofferenza da anni, gente che ha difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena e che ormai non riesce a dare risposte alle proprie famiglie» la dichiarazione di Paolo Cantoro, segretario appalto-indotto Fim.

LA “DISERZIONE” DEL GOVERNO
«Lo sciopero ha visto una grande partecipazione dei lavoratori. Il presidente Draghi batta un colpo, stiamo perdendo un asset strategico dell’industria del nostro Paese. Invece che ai cancelli nel giorno dello sciopero, l’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia dovrebbe presentarsi più spesso nelle sedi in cui il confronto tra le parti potrebbe aiutare ad individuare gli strumenti per dare una prospettiva ed uno sbocco positivi ad una vertenza ormai senza tempo». E’ Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom e responsabile siderurgia dei metalmeccanici della Cgil, a chiamare in causa direttamente il premier. «Noi non abbiamo mai immaginato, e tantomeno preteso, di scegliere gli ad di qualsiasi azienda ma l’amministratore delegato di Acciaierie d’Italia si rassegni all’idea di poter scegliere i sindacati che vorrebbe e risponda alle questioni poste con lo sciopero di oggi: dal mancato accordo sulla cigs alla mancata risalita produttiva, dalle questioni della sicurezza agli investimenti ordinari e straordinari necessari per assicurare una prospettiva credibile di attuazione delle linee di un piano industriale semplicemente presentato e mai condiviso dal sindacato e dai lavoratori». Ancora, secondo l’esponente della Fiom, «sembra si sia scelta la strada di un’involuzione autoritaria nei rapporti in tutti gli stabilimenti del gruppo tra inaccettabili pressioni, sospensioni, licenziamenti disciplinari, per non dire di ciò che sta avvenendo nelle imprese dell’indotto».

Venturi usa parole pesanti: «Questo clima è cresciuto dopo l’ingresso del capitale pubblico con Invitalia, e rappresenta l’altra faccia di una medaglia che vede la “diserzione” del Governo dagli impegni assunti e dagli annunci ripetuti sul ruolo strategico di Taranto nel fantomatico piano nazionale della siderurgia. Questo sciopero è solo l’inizio».

LO SCONTRO CON CONFINDUSTRIA
Per Francesco Brigati (segreteria provinciale Fiom Cgil Taranto) una «transizione ecologica e sociale» non può non avere «i lavoratori protagonisti». Proprio Brigati, prima dello sciopero, aveva replicato alla sezione tarantina di Confindustria, critica in merito alla protesta dei sindacati: «Non abbiamo proclamato lo sciopero soltanto per Acciaierie d’Italia ed Ilva in As, ma anche per le aziende di appalto che continuano, una parte di loro, a far vivere ai lavoratori in una situazione di grande precarietà, a partire dalle mancate retribuzioni e dall’avvio di procedure di cassa integrazione per cessazione di attività. Confindustria non condivide le modalità di mobilitazione e lo sciopero del 6 maggio indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb? Dov’è la novità? Il sindacato rappresenta gli interessi dei lavoratori e Confindustria quelli delle imprese e a me sembra che tra i due a pagare sia sempre il lavoratore. La transizione ecologica non può essere una scatola vuota di contenuti e soprattutto non può restare nelle mani di una multinazionale che continua a ricattare i lavoratori ed un intero territorio».

VERSO NUOVE INIZIATIVE
«Non potevamo continuare a subire. Mi auguro che il Governo intervenga, altrimenti intensificheremo le nostre iniziative. Taranto sta messa malissimo, a Genova la situazione è esplosiva malgrado lì facciano una produzione di mercato come la banda stagnata. Due grandi stabilimenti senza nessun tipo di relazioni industriale» è il quadro tratteggiato da Rocco Palombella. Il segretario regionale della Uilm parla di «clima di terrore nelle fabbriche con lavoratori sospesi o licenziati. Questa situazione rischia di pesare come un macigno. Abbiamo inviato più volte lettere ai ministri ma non abbiamo mai ricevuto una risposta». «Il Governo è diviso su Ilva – insiste il leader Uilm – da una parte si vorrebbe salvare lo stabilimento e dall’altra si ritiene una questione irrecuperabile. Dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Draghi ci aspettavamo atti concreti che non vediamo. Dopo il gravissimo fatto del mancato accordo al Ministero del Lavoro, perché il Governo non ha convocato l’azienda – domanda Palombella – e perché non verifica i livelli produttivi che sono ai minimi, lontani dall’obiettivo dei 5,7 milioni previsti per quest’anno, in un contesto di mercato dell’acciaio che fa segnare record? Nell’agenda di Governo Ilva non esiste più. L’ultimo incontro con il ministro Giorgetti risale a tempo fa poi non abbiamo ricevuto nulla, nessun tipo di riscontro. Si va verso le elezioni politiche del 2023 senza posizioni concrete su nessuna vertenza, senza assumersi responsabilità e nessun tavolo effettivo su vertenze importanti».

E la decarbonizzazione? Il giudizio è tranchant: «Il nuovo piano industriale, la decarbonizzazione e la produzione con il pre ridotto rimangono un libro dei sogni, progetti annunciati ma mai formalizzati, mai discussi e mai definiti dettagliatamente con date, riferimenti o fonti di finanziamento» mentre «Mittal a livello globale ha fatto utili per oltre 4 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2022, segnando il record dell’80% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Allo stesso tempo ha completamente marginalizzato Taranto, tenendo il sito a scartamento ridotto e 3 mila persone in cassa integrazione. Inoltre la scelta dell’attuale amministratore delegato vuol dire solo una cosa: annientare lo stabilimento di Taranto».

LA POLITICA IN CAMPO
«Siamo a un punto di non ritorno, non siamo innanzi a un semplice sciopero per motivazioni economiche o contrattuali. Assistiamo finalmente a una saldatura ideale tra le ragioni delle organizzazioni sindacali e quelle dell’intera comunità ionica». A dirlo, il candidato sindaco di Ecosistema Taranto 2022, Rinaldo Melucci. «Noi riteniamo giusto esprimere solidarietà a tutti i lavoratori della filiera, senza distinzioni di sigle o ambiti. E senza nemmeno demonizzare le aspirazioni delle imprese. Ma riteniamo corretto evidenziare che non sostenere il grido di allarme dei lavoratori e della città per una transizione giusta, come provare al solito a contrapporre tarantini del mondo del lavoro con tarantini del mondo delle imprese, non sia saggio nemmeno per il destino di Acciaierie d’Italia» dice Melucci, che aggiuge: «Anche noi vorremmo richiamare il Governo al proprio ruolo in questa complessa vicenda, un ruolo che deve essere al più presto esercitato, anche approfittando delle opportunità del Pnrr, e che non può scadere soltanto per effetto delle attuali tensioni internazionali. Vorremmo richiamarlo, per altro, alle stesse responsabilità evidenziate dalla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che solo ieri ha pronunciato ben quattro condanne nei confronti dello Stato italiano per il carico insopportabile che la città deve subire a causa dell’inquinamento industriale. Al Governo, che ancora sembra volersi avventurare verso un’ipotesi di sottrazione delle risorse destinate alle bonifiche, nella direzione delle esigenze correnti dello stabilimento siderurgico, torniamo a chiedere con urgenza un tavolo per l’accordo di programma, che riporti le relazioni con l’azienda in un quadro di civiltà e rispetto. La priorità sia Taranto, non a parole» chiosa Melucci.

«Garanzie e tempi certi di realizzazione di un cronoprogramma di chiusura e bonifica» è la richiesta di Massimo Battista, candidato sindaco di Una Città per cambiare, Taranto Città Normale e Periferie al centro. Il capogruppo in Regione della Lega, Davide Bellomo, invece, chiede che «si investano i soldi che lo Stato ha sequestrato ai Riva, che ammontano a più di un miliardo, per finanziare, con il sostegno concreto del ministero competente, il progetto e gli studi di fattibilità sugli altoforni a idrogeno». «La Taranto industriale che vuole lo Stato italiano rappresenta il fallimento dello stesso Stato, sia in campo economico/produttivo/occupazionale che in ambito sanitario/ambientale. Nelle città di Genova e Trieste in casi industriali analoghi ma di minore impatto ambientale si è proceduto agli accordi di programma per la chiusura delle aree a caldo mentre per Taranto da 20 anni i Governi si inventano sempre qualche nuova strada da seguire, ma tutte si sono rivelate fallimentari» è quanto si legge in una nota del deputato tarantino di Alternativa, Giovanni Vianello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche