22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 10:52:00

Cronaca

Indotto Ilva, si prepara un blitz a Sanremo

Venerdì la marcia su Roma. E se non ci saranno risposte, già pronta una clamorosa iniziativa al Festival con tutti gli autotrasportatori


“Stiamo già organizzando la manifestazione a Roma, venerdì, per farci sentire dal governo. Di risposte non ne abbiamo avute, nemmeno dopo la manifestazione di ieri. E qui, alla portineria C dell’Ilva, c’è chi vuole prendere i suoi attrezzi da dentro la fabbrica e portarli via, perchè davvero non si può andare avanti in questo modo”.

Giacinto Fallone, uno dei portavoce della protesta degli autotrasportatori dell’indotto Ilva, racconta il day-after dell’invasione dei tir nel centro di Taranto. Un’iniziativa che pare non abbia portato i risultati sperati. Ed allora si alza il tiro.

Venerdì – quando dovrebbe tenersi un nuovo vertice sull’Ilva a Palazzo Chigi – una delegazione sarà nella Capitale. Non solo. “Se non avremo risposte, con i colleghi del Nord Italia, Alessandria, Novi Ligure, Marghera, stiamo pensando di andare sino a Sanremo” rivela Fallone. Gli occhi dell’Italia saranno infatti puntati sulla finale del Festival. Tra una canzonetta e l’altra, c’è l’occasione di una ribalta importante per questa vertenza, che è nazionale, perchè ad avanzare soldi (tanti, tantissimi: parliamo di milioni di euro) non sono solo i trasportatori tarantini.

Preoccupati anche, ma questo è un altro fronte, per la questione che ruota attorno al porto. Tornando all’Ilva: i rappresentanti della categoria rivendicano il pagamento dei sette mesi di stipendi arretrati perchè non hanno nemmeno le risorse per acquistare il carburante e devono far fronte anche a un indebitamento finanziario con gli istituti di credito provocato da questa situazione. “Le banche – aveva precisato lo stesso Fallone, ieri – hanno già chiesto a molti imprenditori di Taranto il rientro per tutte le fatture non onorate dall’Ilva. Praticamente stanno ponendo in fallimento le imprese e in povertà i titolari e soci che hanno garantito con i propri beni personali i fidi bancari”.

“Non possiamo permettere di calpestare i diritti fondamentali di queste persone che hanno sempre lavorato senza mai chiedere niente, con sacrifici hanno fatto investimenti, per costruire le proprie imprese, ed ora sono state messe in stato di fallire, per il mancato pagamento dei loro corrispettivi da parte dello Stato” dicono invece da Casartigiani, in una nota. Ma in città c’è chi non ha affatto ‘apprezzato’ il blocco di ieri, con tutti i disagi che ne sono conseguiti. “Riteniamo che questo clima di odio e divisione tra cittadini della stessa città non porti al riscatto e alla rinascita della nostra città, ma solo al depauperamento socio economico e culturale della stessa” si legge nella stessa nota.

“Crediamo fermamente che sostenere la causa di queste imprese di Autotrasporto e di tutte le imprese dell’indotto possa garantire il rientro di risorse finanziare pari a 150 milioni di euro che di certo fortificano il tessuto economico della nostra provincia, risorse necessarie in primo luogo ad evitare il fallimento di queste imprese, ma anche risorse che vengono rinvestite nel territorio nei consumi essenziali primari, che portano ricchezza”. Intanto, la richiesta di liquidazione della finanziaria Riva fire, a cui fa capo la partecipazione di controllo dell’Ilva, è stata presentata nei giorni scorsi al Tribunale di Milano. I numeri portati in assemblea ordinaria e in quella straordinaria segnano una perdita superiore a 1 miliardo, coperta solo per circa 474 milioni dall’utilizzo integrale delle riserve. Nella relazione di accompagnamento e allegati, in tutto 87 pagine, emergono le posizioni dei Riva, che mettono in discussione le scelte del governo e le gestioni dei commissari straordinari cercando di reagire alle accuse della magistratura di Taranto e della Procura di Milano.

“L’Ilva non ha versato in situazione d’insolvenza, né mai l’insolvenza è stata accertata”, è scritto nella relazione presentata in Tribunale, in cui viene ricordato che la società “vantava nel bilancio consolidato 2011 un patrimonio netto contabile di oltre 4,2 miliardi, costituito principalmente dagli utili accumulati e non distribuiti ai soci”. Poi, viene sottolineato che “a seguito dei provvedimenti di sequestro disposti in varie riprese dalla Procura della Repubblica e dal giudice per le indagini preliminari di Taranto, peraltro annullati dalla Cassazione, e del successivo commissariamento nel 2013, la normale gestione imprenditoriale è stata completamente alterata, sia per i blocchi imposti dalle misure cautelari, sia per la gestione commissariale obiettivamente inadeguata a gestire un’impresa di tali dimensioni”.

Il risultato, sempre secondo la ricostruzione dei Riva, è che “l’Ilva ha contabilizzato negli anni 2012, 2013 e nei primi otto mesi del 2014 perdite per 2,7 miliardi, ovvero d’importo di gran lunga superiore alla stima di costo del solo piano ambientale, pari a 1,480 milioni”. La considerazione finale è che “ci si trova di fronte ad una situazione paradossale: sono stati assunti nei confronti dell’Ilva provvedimenti ad aziendam a seguito dei quali la società ha subito perdite per importi superiori agli investimenti ambientali che si vorrebbe fossero effettuati”. 

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