20 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Settembre 2021 alle 21:58:00

Cronaca

Indotto Ilva in marcia, tra rabbia e speranza

A Roma gli undici autobus con a bordo gli autotrasportatori che chiedono gli arretrati. Il sindaco Ezio Stefàno: “Garanzie dal sottosegretario Delrio”


Si sono ritrovati all’alba davanti alla portineria imprese dello stabilimento Ilva e sono partiti con 11 bus alla volta di Roma gli autotrasportatori e gli altri lavoratori dell’indotto Ilva che non percepiscono da 8 mesi le spettanze dall’azienda. Previsto un sit in davanti a Palazzo Chigi. Al fianco dei lavoratori ci saranno anche il sindaco di Taranto Ippazio Stefano, il presidente della Provincia Martino Tamburrano, il presidente di Confindustria Taranto Vincenzo Cesareo e alcuni rappresentanti sindacali. Su uno dei bus con a bordo i lavoratori è stato affisso lo striscione ‘Game over autotrasportatori Ilva Taranto’.

I rappresentanti della categoria sostengono di non poter attendere la conversione in legge del decreto Ilva e rivendicano il pagamento cash almeno di una parte dei crediti vantati, che ammontano complessivamente a 15 milioni di euro.

“A Roma – sottolinea Giacinto Fallone, uno dei portavoce della protesta – si deciderà il futuro di migliaia di famiglie di Taranto. Se non avremo le certificate garanzie per il ristoro dei nostri crediti, ormai antichi ma necessari, con sommo dispiacere, ma con determinazione, saremo noi a chiudere lo stabilimento Ilva di Taranto. Almeno porremo su un piano di parità i destini di tutti”. Una delegazione di manifestanti chiederà di essere ricevuta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal sottosegretario Graziano Delrio.
“Ci sono concrete speranze” dice il sindaco Ippazio Stefàno “siamo in contatto con il sottosegretario Delrio, sono due giorni che a Roma parlano di Ilva e di indotto. Ecco, questo mi lascia sperare”.

Intanto, l'emendamento presentato dal governo per facilitare lo sblocco da parte dei giudici svizzeri del 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva recepisce in toto l'emendamento Mucchetti che appare quindi destinato a diventare parte integrante del decreto definitivo. L’emendamento è frutto di una richiesta del procuratore Francesco Greco per poter fugare le obiezioni dei giudici di Zurigo disponibili a sbloccare i fondi anche in assenza di una sentenza passata in giudicato, ma solo a fronte di una garanzia.

Nell’ipotesi, considerata molto remota, che i Riva possano alla fine risultare vincitori delle diverse cause penali pendenti relative all’Ilva, i giudici svizzeri chiedono una garanzia. L’emendamento Mucchetti, fatto proprio dal Governo, autorizza quindi l’organo commissariale a "richiedere che il giudice procedente disponga l’impiego delle somme sequestrate (…) per la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dalla società in amministrazione straordinaria".

A questo punto "il sequestro penale delle somme si converte in sequestro delle obbligazioni" e queste ultime "sono nominative e devono essere intestate al Fondo Unico di Garanzia".

Le somme rivenienti dalla sottoscrizione delle obbligazioni saranno poi versate "in un patrimonio" della società in amministrazione straordinaria destinato "in via esclusiva all’attuazione e alla realizzazione del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dell’impresa in amministrazione straordinaria e, nei limiti delle disponibilità residue, a interventi volti alla tutela della sicurezza e della salute, nonchè di ripristino e di modifica ambientale".

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