14 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Giugno 2021 alle 23:07:08

Cronaca

Il caso Ilva. Per il decreto via al rush finale

Da mercoledì pomeriggio il provvedimento già approvato dal Senato approda alla Camera per la definitiva trasformazione in legge


Il decreto 1/2015, che lo si voglia chiamare Salva Ilva o Salva Taranto, approda mercoledì alla Camera dei Deputati per la trasformazione in legge, dopo il via libera del Senato. Siamo al rush finale, quindi, per il provvedimento voluto dal premier Renzi per evitare il crac del Siderurgico tarantino, nel pieno di una crisi fortissima che va avanti dall’estate 2012. Quella dei sequestri perchè, per la Procura, dai camini dell’Ilva escono emissioni che portano ‘malattia e morte’ tra i tarantini. Ora si sta per arrivare alla settima legge speciale sull’argomento. Qualcosa che non ha precedenti.

Critiche a Renzi vengono dal sito tempi.it, vicino a Comunione e Liberazione “Tre miliardi di perdite in 30 mesi. Cento milioni al mese “bruciati”. Per trenta mesi.

“Bruciati” dalle inchieste, dai provvedimenti giudiziari di sequestro, dall’asfissiante controllo di legalità che a tutt’oggi insiste sugli impianti (per due terzi ancora sotto sequestro), dalla impossibilità di rimettere in moto il ciclo produttivo, stendere un piano industriale eccetera eccetera. Tre miliardi in 30 mesi. Il doppio del costo dell’Aia, cioè degli 1,5 miliardi necessari per le bonifiche ambientali. L’equivalente di 30 mesi dell’intero monte salari dei 15 mila dipendenti Ilva (70 milioni al mese), più dieci cloni del “Fondo di garanzia” attualmente in decreto per i creditori Ilva; oppure, a scelta, più dieci ospedali oncologici per bambini, tipo quello promesso da Renzi (poi dimenticato dal decreto), dal costo cadauno di 30 milioni” si legge sul sito.

“Due miliardi. Questa è la cifra che Renzi investirà a Taranto da marzo 2015, quando il parlamento avrà licenziato l’ennesimo decreto “salva Ilva”, che con i suoi 300 emendamenti dovrebbe essere approvato nei prossimi giorni. Per arrivare ai 2 miliardi ed evitare la chiusura di un polo manifatturiero che, a detta di Confindustria vale lo 0,5 per cento del Pil italiano, Renzi calcola anzitutto di confiscare 1,2 miliardi detenuti dai Riva all’Ubs di Zurigo (capitale “scudato”, sequestrato dalla procura di Milano per un procedimento penale nel quale i Riva sono accusati di truffa ai danni dello Stato). A questo “tesoretto” si aggiungono altri 400 milioni di finanziamento ponte erogato da Cassa depositi e prestiti (Cdp), 260 milioni di prestiti messi a disposizione da Intesa San Paolo e Unicredit, 156 milioni di accantonamento Fintecna. E a quelle quattromila piccole e medie imprese (1.500 solo in Lombardia) che rischiano il fallimento perché creditrici di almeno un miliardo dei tre di insolvenza Ilva? Per questo indotto che a dicembre 2014 vantava crediti per 350 milioni in appalti, 200 in materie prime, 400 in filiera dell’energia, 100 in ricambistica, 60 tra servizi e smaltimenti, così come per gli autotrasportatori in sciopero (altro macigno sul ciclo produttivo perché a monte i fornitori non consegnano le materie prime, a valle gli autotrasportatori non consegnano i prodotti finiti), il decreto Renzi prevede un fondo di garanzia di 30-35 milioni, la prededucibilità dei crediti riferiti ai lavori ambientali e, forse, anche per quelli legati alla continuità degli impianti essenziali e la loro sicurezza. Ma che ci siano le coperture finanziarie anche solo a questi 2 miliardi, ne dubitano sia i tecnici del bilancio dello Stato, sia gli addetti ai lavori. Sia gli autotrasportatori che hanno risposto picche all’appello del ministro Lupi di togliere l’assedio all’Ilva. Il nocciolo delle risorse sta nel conto Riva bloccato in Svizzera.

A “frenarne” il rientro in Italia, nel pool di legali messo in campo dai Riva, pare se ne stia occupando anche l’avvocato Guido Rossi. Inoltre, non sembra così sicuro – come invece suppone il procuratore generale di Milano Francesco Greco, ispiratore dell’emendamento, fatto proprio dal governo, che converte in “obbligazioni” la somma sequestrata – che i giudici elvetici siano disposti a consegnare il denaro prima di vedere una sentenza passata in giudicato”. “A conti fatti, per l’anno 2015, a disposizione dell’amministrazione straordinaria, restano i prestiti delle banche e la prima tranche (150 milioni) del finanziamento ponte della Cdp. In pratica, per i primi mesi di gestione, Ilva dovrà ricorrere ai 156 milioni accantonati da Fintecna all’epoca del passaggio di mano dell’Ilva dallo Stato ai Riva” scrive tempi.it”.

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