Cronaca

Mare, occasione di sviluppo

I dati della Camera di Commercio: “La crescita passa da qui”


Nel 2013 l’economia del mare, cioè filiera ittica,  cantieristica, trasporto passeggeri,  movimento merci, alloggi e ristorazione, attività sportive e ricreative, ha pesato il 6,9% sul valore aggiunto totale della provincia di Taranto. Un flusso di denaro di oltre 600 milioni di euro ed una base occupazionale di circa 10mila unità.

Numeri rilevanti ma che potrebbero assumere un peso ben più significativo. La nostra area, infatti, pur lambita da due mari non vanta un utilizzo intensivo di questa preziosa risorsa. La provincia italiana con il più elevato valore aggiunto e il più alto numero di occupati nella blue economy, è Roma con quasi 6 miliardi di euro e 103mila addetti (il 12,7% del totale nazionale). Alla capitale seguono tre importanti città di mare come Genova, Napoli e Venezia e poi Milano (1,5 miliardi e 16mila occupati). L’unica provincia pugliese presente tra le prime dieci, ma solo per l’occupazione sviluppata, è Bari con circa 17mila unità. Ci sono realtà come Livorno e Trieste per le quali il valore aggiunto provinciale della blue economy arriva al 16%.

La Puglia ha 865 chilometri di costa, il 12% del totale nazionale. Taranto ne ha 118 ed è penultima in termini di estensione del litorale seguita solo da Brindisi con 115 km. Nonostante questo potenziale, però, l’incidenza delle imprese collegate all’economia del mare in Puglia non supera il 3,5%. E’ quanto si evince dallo studio “Il mare: la sostenibilità come motore di sviluppo”, realizzato da Ministero dell’Ambiente e Unioncamere. La Puglia in termini percentuali realizza lo stesso risultato del Friuli Venezia Giulia ed è ben lontana dalla Liguria che, con quasi il 9%, è la regione leader in Italia. Eppure il Mezzogiorno ed il Centro Italia sono le due macro aree a più alta concentrazione di aziende “blu” con un’incidenza sui rispettivi totali imprenditoriali regionali del 3,9% (in valori assoluti 77.338 imprese del mare al Sud e 51.662 al Centro). In Italia il comparto svolge un ruolo di grande rilievo, più elevato delle industrie manifatturiere e conta 180mila unità nei Registri delle Imprese delle Camere di commercio italiane, pari al 3% del totale imprenditoriale del Paese.

Nel 2013, l’economia del mare ha prodotto un valore aggiunto di oltre 41miliardi di euro, pari al 3% del totale. Un forza produttiva spinta da oltre 800mila addetti corrispondenti al 3,3% dell’occupazione complessiva del Paese. Non meno importante e significativo è l’effetto moltiplicatore. Nel 2013 i 41miliardi di valore aggiunto hanno attivato quasi 80 miliardi di euro di valore aggiunto sul resto dell’economia, per un ammontare produttivo complessivo di circa 119 miliardi di euro, pari all’8,5% del totale dell’intera economia nazionale. In altre parole, per ogni euro prodotto dalla blue economy se ne attivano altri due sul resto dell’economia. La blue economy ha resistito ai marosi della crisi.

Dal 2011 al 2013, cioè nel periodo in cui l’economia nazionale ed internazionale hanno dovuto fare i conti con una ricaduta recessiva, il numero delle imprese “blu” censite nei Registri delle Camere di commercio è cresciuto di circa 3.500 unità, pari al +2%, dimostrandosi in controtendenza rispetto al -0,9% degli altri settori (-51.600). Nel periodo in esame il turismo del mare, con i servizi di alloggio e ristorazione, ha segnato una delle più elevate crescite: +4,4%, pari a 3.000 nuove imprese. A ciò vanno aggiunte le attività sportive e ricreative con +3,6%, pari a quasi 1.000 aziende. In termini territoriali gli aumenti più consistenti hanno riguardato il Centro (+2,5%; +1.300 imprese) e, ancor di più il Meridione (+2,9%; +2.200 imprese), a conferma di come questo spaccato di economia possa rappresentare per le aree meno avanzate del Paese un’importante occasione.

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