Cronaca

“Il commerciante non fu spinto al suicidio”. I familiari non si arrendono

La Procura archivia il caso del negoziante che si impiccò per un prestito negato dalla banca


Un commerciante travolto dalla crisi economica si uccise per un prestito negato dalla banca: per la Procura non si trattò di istigazione al suicidio.

Il pm, infatti, ha chiesto l’archiviazione del caso che vede la centro la morte del negoziante di Ginosa, Vincenzo Di Tinco, ma i familiari dell’uomo hanno presentato opposizione tramite l’avvocato Giuseppe Lecce.

Il legale chiede l’imputazione coatta per tre bancari. Tre anni fa la tragedia. Vincenzo Di Tinco, che aveva  60 anni,  nel marzo del 2012 si tolse la vita, impiccandosi con una corda a un albero nelle campagne di Ginosa Marina, dopo che la banca gli aveva negato un fido di 1300 euro.

L’avvocato Giuseppe Lecc, chiese subito il sequestro della documentazione bancaria e delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza dell’istituto di credito presso il quale il commerciante si era recato prima di togliersi la vita. L’uomo, che aveva chiesto un piccolo prestito per coprire una fornitura, si era già rivolto a un avvocato e avviato un contenzioso con la stessa banca in quanto si era visto addebitare somme  che lui contestava. In due pagine di quaderno, poi rinvenute dai carabinieri nella sua macchina, il commerciante aveva raccontato la sua odissea.

Sentiva che non ce l’avrebbe fatta a gestire la crisi che aveva colpito le sue attività commerciali, messe su in tanti anni di sacrifici. Si era visto addebitare 4.500 euro di commissioni bancarie e rifiutare un prestito.

Dopo il rifiuto Vincenzo Di Tinco, titolare di un negozio di abbigliamento e di altre attività commerciali a Ginosa Marina,  aveva deciso di farla finita.  A fare la scoperta era stato uno dei suoi figli, insospettito dal mancato rientro a casa del genitore.  Era stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio e nei giorni scorsi la Procura ha deciso di archiviare il caso.

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