31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 31 Luglio 2021 alle 22:04:00

Cronaca

Tutto è partito da un attentato

Vincenzo D’Andria avrebbe sparato alcuni colpi di pistola contro la macchina di una coppia di incensurati che risiede nel rione Paolo VI


TARANTO – Le indagini, poi sfociate nel blitz “Tamburi battenti”, su furti ai danni delle aziende dell’indotto Eni sono state avviate dopo un atto intimidatorio contro una coppia di coniugi incensurati del rione Paolo VI.
Un giorno di novembre del 2013  marito e moglie si accorsero che, durante la notte, ignoti avevano esploso alcuni colpi di pistola contro l’autovettura di famiglia, parcheggiata all’interno dell’area condominiale.
Le indagini avviate immediatamente dai carabinieri della Compagnia di Taranto consentirono, grazie ad attività tecniche, di identificare Vincenzo D’Andria, 27enne già noto alle forze dell’ordine, quale autore del pesante atto intimidatorio.
Gli investigatori accertarono che era stato lui a sparare alcuni colpi di pistola contro la macchina, danneggiandola in più parti.
In realtà, durante le varie fasi delle indagini i carabinieri avevano scoperto che quell’atto intimidatorio era il secondo, dopo un altro, più grave, che era rimasto nascosto.
Secondo l’accusa tre giorni prima del danneggiamento dell’autovettura, Vincenzo D’Andria aveva affrontato l’uomo, sempre davanti a un circolo privato, esplodendo contro di lui cinque colpi pistola.
Voleva dargli una lezione. Il movente era riconducibile a precedenti giudiziari che avevano visto coinvolto D’Andria, convinto che il suo rivale fosse fonte confidenziale di notizie contro di lui.
L’episodio, rimasto nascosto sino alle intercettazioni telefoniche, ovviamente ha fatto scattare il reato di tentato omicidio nei confronti di Vincenzo D’Andria.
L’indagine ha permesso, infine, di cristallizzare la posizione del padre di Vincenzo D’Andria, Giuseppe, anch’egli già noto alle forze dell’ordine.
Quest’ultimo è accusato di aver fabbricato e detenuto, per la successiva commercializzazione in concorso con il figlio, armi clandestine. A riscontro di ciò, nel corso dell’attività sono state eseguite alcune perquisizioni durante le quali sono state sequestrate due pistole a salve (pronte per essere modificate), parti di esse (soprattutto canne) e centinaia di cartucce di vario calibro.
Durante perquisizioni eseguite la scorsa notte, i militari impegnati nell’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare hanno rinvenuto nell’abitazione di Francesco Giannetti, 29 cartucce calibro 6.35,  detenute illegalmente.
Nel corso delle indagini sfociate nella operazione “Tamburi battenti” è stato, inoltre, documentato lo spaccio di sostanza stupefacente, nello specifico, cocaina.
Numerose sono state le circostanze in cui è stata ceduta cocaina dagli indagati e in ogni occasione gli investigatori della Compagnia carabinieri di Taranto sono stati in grado di identificare i pusher. L’operazione è stata illustrata nel corso di una conferenza stampa tenutasi, stamattina, nella caserma di viale Virgilio dal comandante della Compagnia di Taranto, capitano Carmine Mungiello e dal comandante del Nucleo operativo e radiomobile della stessa Compagnia, tenente Pietro Laghezza. Gli arrestati, difesi tra gli altri dagli avvocati Fabrizio Lamanna, Antonio Mancaniello ed Enzo Sapia, saranno interrogati dal gip nei prossimi giorni.

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