Cronaca

“Noi come profughi nella nostra città”

Parlano gli sfollati dopo il crollo del 7 luglio scorso


“E’ una tortura, giorno dopo giorno. Le tue cose sono lì – i mobili, la cucina, i materassi, i vestiti, anche i ricordi – e non puoi prenderli. Ho lasciato la mia casa, al mattino presto, per andare a lavorare. Non ci entrerò più. Non lo potrò più fare”. Racconta, Carmen. Racconta cosa prova chi perde tutto. All’improvviso.

Lei e suo figlio fanno parte degli ‘sfollati di via Pupino 84’, i condomini del palazzo esploso lo scorso 7 luglio. In quella dramma un uomo, immigrato cingalese, è morto. Loro sono vivi, ma è una vita a metà.

“Posso parlare a nome di tutti” dice Carmen, che abitava al secondo piano. Sotto, al primo piano, la padrona di diversi appartamenti dello stabile; sopra, la sorella di Carmen con marito e figli. “Si è parlato molto di noi, subito dopo il fatto” spiega “poi sono spariti tutti. Siamo arrabbiati. E privi di tutto. Come profughi, ma nella nostra città. Solo pochi giorni fa abbiamo avuto dei materassi per dormire, prima dovevamo riposare sul pavimento. Anche se riposare è difficile: quando chiudo gli occhi, mi riappare ciò che è successo”.

In realtà, Carmen e gli altri hanno le loro cose. “Ma non possiamo prenderle. Nei minuti concitati di quel maledetto giorno, abbiamo preso solo l’essenziale, e lasciato lì il resto. Da una perizia è emerso che nello stabile non si può più accedere”. La vita di queste persone, allora, è rimasta in via Pupino 84. “Dal Comune abbiamo avuto un contributo di 1.000 euro, utile per l’anticipo dell’affitto dell’appartamento in cui abitiamo. Ci è stato promesso un ‘mensile’ di 300 euro. Chiediamo di non abbandonarci. Ma la cosa che fa più male è che vorremmo semplicemente ciò che è nostro”.

L’intenzione è ora quella di rivolgersi ad un legale. E provare a riprendersi la proprie vite, quelle rimaste in uno stabile sventrato in un triste giorno d’estate.

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