12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 06:11:00

Cronaca

Expo 2015, “Ori di Taranto… o di Canosa?”

Secondo mons. Felice Bacco per l’esposizione di Milano sono usate immagini di reperti trovati nella città della VI provincia ed ospitati dal MarTa


“Per uno strano caso del destino o per una involontaria distrazione di tutte le testate giornalistiche, nel comunicare l’evento della esposizione degli Ori di Taranto a Milano, non è stato fatto nessun riferimento a Canosa, dove sono stati rinvenuti la maggior parte dei luminosi oggetti mostrati per pubblicizzare l’evento. Come ad esempio il diadema di Opaka Sabaleidas”.

E’ quanto scrive mons. Felice Bacco, vicario della diocesi di Andria-Canosa e direttore del Museo dei Vescovi di Canosa di Puglia, in un articolo che contiene notizie raccolte da Alessandro Sardella, archeologo e Responsabile dello stesso museo, in merito alla trasferta milanese, ad Expo, degli Ori di Taranto. Il diadema venne “ritrovato il 14 maggio 1928, insieme ad un ben più vasto corredo aureo, vitreo, argenteo e ceramico, nell’ipogeo che sconvolse il mondo accademico di allora, e fu subito oggetto di contesa con la  Soprintendenza di Taranto, che dovette sedare una rivolta tra proprietari terrieri, in maniera specifica le ire di un tal Salvatore d’Urso, sedato dall’allora Commissario Prefettizio del Comune di Canosa, Fabrizio Rossi che tramite l’Ente Provinciale Fascista per i Monumenti nella Terra di Bari (esclusa quindi l’allora Regia Soprintendenza alle Antichità di Taranto), riuscì a far avere al D’Urso una ricompensa di ben 20.000 lire, come prevedeva l’allora Regio Decreto per i rinvenimenti, precedente alla 1089 del 1939.

Tornando alla vicenda della corona aurea canosina, apparentemente simbolo della mostra all’Expo, bisogna ricordare che con un atto di diritto, concesso dai Regi Decreti, finanche quello del 1824, la Dirigenza politica e comunale di Canosa, riuscì a far rimanere tutto il corredo aureo della tomba, nella cassaforte dell’Ufficio Pegni e Risparmi sino al 14 marzo 1934. Nel frattempo, Con delibera podestarile n° 280, datata 25 novembre 1933, approvata dalla G.P.A. nell’adunanza del 28 dicembre 1933, è istituito nel Comune di Canosa di Puglia “un Museo Civico con lo scopo di raccogliere, sistemare e conservare tutto il materiale archeologico rinvenuto e da rinvenire durante gli scavi nel territorio comunale”. La sede scelta, fu il palazzo nobiliare Casieri, dove far confluire tutta la collezione archeologica comunale contestualizzata al territorio. Alla riapertura della cassaforte, com’ebbe a ricordare nel suo saggio La Tomba degli Ori di Canosa Renato Bartoccini, gli argenti non puliti dalla terra, presentavano dei fenomeni di ossidazione.

Fu così che lo stesso Bartoccini, il 14 marzo 1934, portò i reperti a Taranto, dando inizio a un operato di complesso restauro, a cui presero parte il Cav. Carlo Cacace di Taranto, autore della scoperta di un reagente per il restauro e addirittura Amedeo Maiuri, all’epoca celebre Direttore del Museo Archeologico di Napoli. Fu così che durante i restauri, eccessivamente pregressi, si alimentarono i confronti con altri reperti aurei, deposti nel Museo di Taranto, che il Bartoccini definì inferiori, alla qualità dei reperti canosini (…) Intanto, già con decreto ministeriale del 15 settembre 1965, il Museo di Canosa fu definito “Museo minore”, alimentando la buona scusa che la non consegna dei reperti aurei, deriverebbe dalla non esistenza di un Museo Nazionale o Statale (…) Questo è quello che continua a suscitare questo esilio tarantino, napoletano od estero dei reperti canosini, non solo aurei, confinati in magazzini o destinati a fare da réclame, in questo caso a Taranto e ad un Museo che vanta sicuramente degli splendidi reperti, ben esposti e curati, ma non tutti di sua origine e provenienza, che deve avere la libertà intellettuale di restituire ai luoghi da cui provengono”.

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