Cronaca

Taranto capitale, tra improvvisazione e arte calpestata

I tarantini sono forse abituati all'improvvisazione


Siamo stati abituati a tutto e, forse, ci siamo assuefatti al kitsch e all’improvvisazione.

Abbiamo deturpato la Concattedrale di Giò Ponti, abbiamo vilipeso la fontana di Carrino, abbiamo cestinato gli studi di Nino Franchina e Giò Pomodoro. Però abbiamo accolto le sinuose sirenette e la ribattezzata Cenzella del maestro gelataio Francesco Trani, l’imbarazzante piedistallo in piazza Castello e, ora, questa indecifrabile gabbia opera del geometra Ettore Marchi.

E per il futuro la debordante creatività neospartana vorrebbe regalarci un Falanto da una parte e un gigantesco lambda dall’altra. Per carità, un plauso a questi concittadini che offrono il proprio talento artistico alla città, ma forse una elaborazione culturale più approfondita non sarebbe fuori luogo. Soprattutto da parte degli assessorati comunali all’urbanistica e alla cultura e della stessa Soprintendenza, puntigliosa nell’indicare le essenze arboree da piantumare in piazza Garibaldi e poi orba davanti alle stravaganze artistico-architettoniche che spuntano qua e là per la città.

Anche perché non basterà questa estrosa concezione della cittadinanzattiva a elevarci a capitale della cultura. Per ora siamo solo capitale dell’imbrattamento del suolo pubblico, reso ancora più naif dalle abbondanti griffate canine. Prenderne consapevolezza sarebbe già un bel passo avanti.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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