24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

Cronaca

Il segreto degli Ori di Taranto

Nella II Guerra Mondiale i gioielli furono salvati da una banca


Gli Ori di Taranto hanno viaggiato attraverso il tempo per arrivare fino a noi e più volte, nel corso di questo lungo viaggio, hanno rischiato di essere danneggiati, distrutti, rubati, di perdersi, di finire in mani di persone poco interessate alla loro bellezza, arroganti collezionisti di trofei di guerra.

Più spesso, fortunatamente, i preziosi monili hanno lasciato gli spazi dell’ex convento dei Frati Alcantarini, sede del Museo Nazionale Archeologico (Marta) dalla fine del 1800, per strabiliare il mondo.

Negli anni Ottanta furono esposti in una mostra itinerante che toccò le città di Milano, Parigi, Amburgo e Tokio. Un’idea brillante che raccolse il favore del pubblico, ma che dovette purtroppo registrare anche un incidente: la sparizione di un orecchino d’oro.

Nel 2010 fu Expo Shangai ad accogliere ottanta pezzi della collezione e recentemente gli Ori, cinque pezzi, hanno raggiunto nuovamente Milano, per deliziare la vista dei visitatori dell’Expo 2015.

Ma non tutti sanno che i gioielli della Magna Grecia dovettero abbandonare il Museo di Taranto anche nel periodo del secondo conflitto mondiale, e non perché il mondo potesse incontrare gli Ori ma perché la follia del mondo non li distruggesse.

Sono le carte dell’Archivio storico di Intesa Sanpaolo a restituire un episodio sommerso del loro passato più recente.

Tra il febbraio del 1943 e il luglio del 1945 lo straordinario patrimonio archeologico fu sottratto al pericolo rappresentato dai bombardamenti che interessavano Taranto e trasferito a Parma, nei sotterranei blindati del Centro Contabile della Banca Commerciale Italiana, attualmente Intesa Sanpaolo.

La ricostruzione di questa vicenda, narrata in una monografia di 36 pagine, edita dallo stesso istituto di credito, si deve allo storico e documentarista canosino Francesco Morra.

“Salvi e intattissimi” – La Banca Commerciale Italiana e la protezione degli Ori di Taranto (1943 – 1945) è il titolo dell’opera. Non si trova in libreria, ma è messa a disposizione gratuitamente di chiunque ne faccia richiesta, scrivendo una mail a: archivio.storico@inte-sasanpaolo.com. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Francesco Morra, che ci ha raccontato anche com’è nato questo progetto, e dove sono state condotte le ricerche.

Che tipo di storia è raccontata in questa monografia?
Si tratta di una vicenda dai molti protagonisti: uomini dello Stato, ovvero soprintendenti, bibliotecari, archivisti, ma anche lavoratori e cittadini comuni che contribuirono, con le loro azioni, a salvaguardare la memoria e l’identità del Paese. Funzionari e prelati del Vaticano, militari delle forze alleate e tutti quei “Monuments Men”, divenuti noti grazie al film di Clooney, uscito lo scorso anno.

Come andarono le cose per gli Ori?
Lo scoppio della Seconda Guerra mondiale aveva costretto i soprintendenti di tutta Italia a predisporre misure di salvaguardia per la protezione dei monumenti e dei tesori d’arte. Per gli Ori di Taranto fu deciso che fossero custoditi in una cassetta di ferro, murata in ambienti sotterranei del museo di Taranto. Nel ’41, alla già ricca collezione si aggiungevano i preziosi della principessa Opaka, provenienti dalla “Tomba degli Ori” di Canosa di Puglia. Con il precipitare degli eventi bellici, però, Ciro Drago, soprintendente di Taranto, ritenne che i preziosi non fossero più al sicuro nel luogo dove erano custoditi, perché la città era un’importante base navale ed era già stata attaccata.
Il funzionario si rivolse così al Ministero dell’Educazione Nazionale per avere dei consigli.

Chi prese la decisione di trasferire gli Ori?
In seguito alle sollecitazioni di Ciro Drago, il ministro Giuseppe Bottai, decise che il luogo più sicuro per custodire gli Ori, fosse Parma e precisamente i caveau blindati del Centro contabile della Comit, in via Langhirano, ritenuti a prova di bombardamenti aerei.

Così i gioielli furono trasferiti a Parma. Come furono trasportati nella città emiliana?
Il giovane funzionario Valerio Cianfarani, scortato dal fido collaboratore Argadio Campi e da due agenti di pubblica sicurezza, attraversò in treno la penisola, con due cassette di legno bianco. Dentro c’era l’intera collezione degli Ori di Taranto, oltre 200 pezzi, testimonianza del periodo magno-greco. Un tesoro il cui valore fu valutato, all’epoca, 5 milioni di lire. Il premio assicurativo corrisposto ammontava a 1400 lire semestrali. Il pezzo di maggior valore era il diadema fiorito in oro, di Opaka Sabaleidas (dalla “Tomba degli Ori di Canosa di Puglia, fine III sec. avanti Cristo) che compare sulla copertina della monografia. In quegli anni valeva circa 300 mila lire.

Leggendo la sua ricostruzione si apprende che la banca non ebbe un ruolo di semplice custode fisica, ci racconta cosa accadde dopo l’8 settembre del 1943?
L’Italia fu divisa in due, a Sud gli Alleati e a nord Mussolini, con la Repubblica Sociale Italiana. Dopo la liberazione di Roma il soprintendente di Taranto, Ciro Drago non aveva più avuto notizie sulla sorte degli Ori e si rivolse al Ministero della Pubblica Istruzione dell’Italia Liberata, suggerendo anche di contattare il Vaticano.

La Santa Sede si attivò, attraverso il Cardinale Schuster, e quest’ultimo confermò al Ministero degli Esteri che gli Ori erano al sicuro, e che sarebbero stati riconsegnati solo a Valerio Cianfarani.

A quel punto la Repubblica Sociale tentò di impossessarsi del prezioso patrimonio, attraverso la persona di Renato Bartoccini, che aveva diretto il Museo di Taranto dal 1933 al 1934. Bartoccini raggiunse Parma a bordo di una motocarrozzetta, sicuro di mettere le mani sul tesoro magno – greco. Ma i funzionari della Banca, compreso il direttore della filiale, presero tempo, dichiarando che il deposito delle cassette era stato effettuato da Valerio Cianfarani, l’unica persona autorizzata a recuperarle. La Repubblica Sociale emanò addirittura un ordine di consegna immediata degli Ori nel marzo del ’45.

Esattamente, quindi per la Banca le cose si facevano difficili. Ma i funzionari della Direzione Centrale della Banca, a Milano, temporeggiarono ancora, per evitare che il patrimonio degli Ori andasse alla Repubblica Sociale e poi ai tedeschi. Si deve quindi al lavoro di tantissime persone se gli Ori sono tornati a casa. Sono stati riconsegnati al Museo di Taranto nel ’49, perché nel 1945 quegli spazi erano occupati dagli Alleati. Quindi, dopo un “passaggio” a Roma la collezione tornò ai tarantini, “salva e intattissima”.

Su quali documenti si è basato per far emergere queste vicende?
Ho preso in esame i carteggi tra la Repubblica Sociale Italiana e la Banca Commerciale, conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato, a Roma e l’Archivio Storico di Intesa Sanpaolo, a Milano.

Com’è nata l’idea di realizzare questo lavoro?
L’idea è nata dopo la realizzazione di un documentario per la trasmissione “La grande storia” della Rai. Le ricerche che ho svolto in quella occasione sono pubblicate nel libro “Top secret Bari 2 dicembre 1943 – La vera storia della Pearl Harbor del Mediterraneo”. Ho avuto modo di approfondire il tema della tutela del patrimonio storico archeologico, durante la Guerra. La storia degli Ori è un esempio della ricchezza contenuta nei nostri archivi.

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