Cronaca

«Qui c’è bisogno di dialogo non di contrapposizioni»

Mons. Santoro: il lavoro, l’ambiente e la città divisa


«Qui siamo in trincea. A Taranto la situazione è più difficile di quella che affrontai a Petropolis».

Petropolis, la diocesi brasiliana dove monsignor Filippo Santoro è stato vescovo prima di approdare a Taranto. Ed è da quella esperienza in Brasile che l’arcivescovo parte per spiegare il senso della sua opera tra i Due Mari.

Cosa accadde a Petropolis?
A gennaio del 2011 ci fu un’alluvione devastante. Morirono cinquecento persone. Dopo il primo mese, l’attenzione dell’opinione pubblica cominciò a scemare. Allora convocai una assemblea popolare nella sede dell’Università Cattolica.

Ricorda molto la sua analoga iniziativa per la Città Vecchia di qualche anno fa.
Esatto. In Brasile, con quella assemblea, feci in modo di mettere in contatto il popolo con le autorità. Organizzai la cosiddetta “Fila del popolo”: feci cioè in modo che la gente potesse porre domande al governatore, al sindaco, agli assessori. Da quella iniziativa nacque il movimento Pro Petropolis che aveva l’obiettivo di perseguire la ricostruzione umana e urbanistica della città. Di quel movimento volevano farmi persino presidente. Ovviamente non potei farlo.

Come andò a finire?
Il movimento Pro Petropolis è stato uno stimolo efficace per la ricostruzione.

Lei ha avuto dunque un ruolo importante.
La mia funzione è stata solo quella di stimolare il dialogo con le autorità, non sostituendomi ad alcuna di esse.

L’assemblea per la Città Vecchia fu molto partecipata, però qui non c’è stato alcun movimento “Pro Taranto Vecchia”.
Sì, qui non si è formato uno specifico movimento, però abbiamo registrato un’attenzione crescente per la Città Vecchia. Da quel momento in poi tutti gli incontri hanno avuto come punto di partenza l’ascolto della gente. Questa è la mia caratteristica: volgere l’attenzione alle persone, a chi è più debole. Un padre aiuta soprattutto il figlio che non va bene a scuola, non quello che a scuola prende voti alti.

A Taranto la sua capacità di iniziativa non è passata inosservata…
Io mi sforzo di favorire l’incontro e l’accordo con le istituzioni per risolvere i problemi della gente che ha bisogno. La mia è  opera pastorale. Il mio compito è quello di offrire la speranza che nasce dalla fede, altrimenti ci si dimentica che esiste una ragione di vita più grande.

Quando esplose la vertenza Ilva lei era a Taranto da pochi mesi e organizzò subito la fiaccolata al rione Tamburi. In quei frangenti, molti, soprattutto nel versante ambientalista, pensarono che lei fosse più indirizzato verso la tutela dei posti di lavoro. Fu così?
Prima di organizzare la fiaccolata avevo visitato gli ospedali e proprio nella mia prima omelia all’Ilva, in occasione del precetto pasquale, alla presenza di Emilio Riva dissi che avevo negli occhi i bambini ammalati che avevo visitato all’Ospedale Nord. Con il tempo anche con gli ambientalisti ci siamo capiti.

A Taranto è in atto uno scontro sociale molto forte, senza precedenti. Il direttore dell’Arpa, il professor Assennato, ha detto che i tarantini sono condannati a fare i tifosi di una partita che si sta giocando altrove. Che ne pensa?
Ho sempre detto che a Taranto stiamo facendo una guerra tra vittime e non serve a nessuno stare gli uni contro gli altri. Fin dall’inizio della mia opera a Taranto il mio interesse è stato per le persone, non per gli schieramenti. Qui bisogna uscire dalla logica dei blocchi contrapposti per favorire, invece, l’attenzione reciproca. Papa Francesco ci ha insegnato che l’unità è più grande del conflitto.

Condivide che la partita si stia giocando altrove?
È vero, la partita si gioca altrove e proprio per questo a novembre del 2013 feci venire i ministri Orlando e Lorenzin in un convegno nel quale mettemmo a confronto il governo, l’Ilva, l’università, la magistratura, i sindacati, gli ambientalisti. E lo facemmo quando questi non si parlavano neppure. Stessa cosa abbiamo fatto nella nostra ultima iniziativa sulla custodia del Creato. La mia missione è quella di diffondere la cultura del dialogo a tutti i livelli e chiedere interventi risolutivi.

Ad oggi, però, nonostante gli impegni presi, si ha la netta sensazione che sia stato fatto poco per dare una svolta alla vertenza ambientale.
Allo Stato dico: passate dalle parole ai fatti. C’è un piano di risanamento ambientale? Allora portatelo avanti, fino in fondo. C’è un piano industriale per salvare i posti di lavoro? Allora andate avanti con coerenza verso questi obiettivi. Trovate le formule che volete ma portate avanti il piano ambientale e il piano industriale in una visione complessiva. Non abbiamo più molto tempo e la partita è difficile.

Il suo spirito di iniziativa è stato interpretato come tentativo di supplire alle mancanze della politica. È così?
No, affatto. Ripeto: io cerco di favorire il dialogo e l’accordo e credo che che questo stile di lavoro dovrebbe essere requisito di una buona classe politica. Taranto vive un momento in cui c’è ancora più bisogno di un raccordo. Ma quest’opera, ribadisco, non è per niente un lavoro sostitutivo. Sarebbe come se Papa Francesco pensasse di fare il sindaco di Roma. No, l’opera è molto più alta. E in quest’opera voglio che ci sia una azione educativa, di formazione per i giovani.

C’è un candidato sindaco ideale per lei?
No, assolutamente.

Si aspettava una situazione così problematica a Taranto?
No, per niente. Taranto mi ha colpito per la fragilità politico-sociale. Ma allo stesso tempo mi ha colpito in positivo per la spinta alla solidarietà che si manifesta, ad esempio, nell’accoglienza ai migranti, e per la religiosità molto viva che è nelle sue processioni, che non sono solo folclore.

A proposito di processioni, all’inizio c’erano state incomprensioni con le confraternite. Problemi superati?
Quando provi a modificare tradizioni consolidate è naturale che ci siano delle resistenze. Però, appena è stato chiaro che il mio intervento era tutto incentrato ad esaltare il valore della fede e della gratuità, allora le incomprensioni sono state pienamente superate.

Cosa serve per far uscire Taranto da questa situazione?
Bisgna far emergere la ricchezza positiva che è in questo popolo. Io cerco di farlo come pastore, altri devono farlo nei loro campi.

Lei è stato un sessantottino. Forse è da quella esperienza che nasce questo suo particolare spirito di partecipazione alla vita della città?
Sì, il Sessantotto l’ho fatto. Ero anche a Valle Giulia, ma non tra quelli che mettevano le bombe (ride). Nel ’67 andai a studiare teologia a Roma, alla Cattolica. In seminario certe problematiche le vivevi, c’era già stato il Concilio Vaticano II che aveva già cambiato il punto di vista della Chiesa rispetto alle grandi questioni sociali. In quegli anni c’era un forte senso della ricerca della giustizia sociale e della partecipazione nelle decisioni politiche e culturali. E’ stato in quegli anni  che ho maturato una profondità esperienza nella fede, grazie anche all’incontro con Don Giussani. Allora compresi che la Chiesa non blocca ciò che si sviluppa nella storia ma aiuta a discernere in una visione globale.

Come ha trovato la Chiesa di Taranto?
Molto bene. Ho trovato strutture solide di persone disponibili ad un accentuato cammino missionario. Nella comunità ecclesiale ho trovato molta concertazione e collaborazione e questo ci porta ad ottenere risultati importanti.

Ad esempio?
Stiamo costruendo, a Palazzo Santacroce, il centro notturno di accoglienza per i poveri della nostra città. E questo grazie al grosso contributo, anche economico, dei sacerdoti, dei fedeli, delle stesse confraternite. Stiamo sviluppando anche un’altra idea.

Quale?
Presto le Carmelitane di Poggio Galeso andranno via, a Bari. Ormai sono rimaste solo in tre. Bene, cederanno alla Diocesi il convento e su loro stessa proposta lo utilizzeremo per l’accoglienza dei migranti.

Per concludere, è fiducioso su un esito positivo della vertenza Taranto?
Per natura lo sono e non sono un catastrofista. Taranto ha grandi risorse e segnali positivi mi arrivano soprattutto dai giovani. Quello che voglio è che nella soluzione della crisi di questa città non vi sia un depauperamento occupazionale e allo stesso tempo voglio che sia garantita la tutela ambientale. è quello che faccio sempre presente alle autorità centrali.

C’è la possibilità che il Papa venga a Taranto?
Ho invitato il Santo Padre all’inizio del suo pontificato ed è stato entusiasta dell’invito. Sono convinto che la mia richiesta è nel suo cuore e sono certo che Taranto è nelle sue preghiere. Aspetto fiducioso. Una visita del Papa sarebbe una cosa importantissima.

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