18 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Maggio 2021 alle 08:41:07

Cronaca

Ilva, ora la storia presenta il conto

Il no dei giudici svizzeri fa crollare tutta l'architettura sulla quale erano fondate le speranze di tenere in vita il siderurgico


Il no della giustizia svizzera al rientro in Italia del famigerato miliardo e due dei Riva, fa crollare tutta l’architettura sulla quale erano state fondate le possibilità di tenere in piedi il più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Lo stop imposto dal Tribunale di Bellinzona apre una grave incertezza non solo sul futuro dell’Ilva e dei suoi dodicimila dipendenti, ma dell’intero territorio ionico il cui pil continua a dipendere in larghissima parte proprio da quella fabbrica. Se esulteranno i gruppi più radicali che invocano la chiusura tout court degli impianti, non si possono tacere le preoccupazioni di quanti invece temono che la città, già piegata da una profonda crisi economica, sociale e di identità, non sia affatto pronta a reggere l’impatto con uno shock di questa portata. Il cuore del problema resta l’assenza di una exit strategy. Né si può pensare che il solo Contratto Istituzionale di Sviluppo possa offrire adeguate garanzie di alternativa.

Anzi, proprio quello strumento – e non certo per deficienze governative – denuncia il limite di una assenza di visione da parte delle istituzioni locali che in quel paniere hanno cercato di infilare di tutto, compreso il Palazzo degli Uffici la cui mancata ristrutturazione è la più cupa testimonianza di incapacità amministrativa. Eppure, tempi e modi per intervenire c’erano tutti. Non dal 26 luglio 2012, data fatidica che segna lo spartiacque della vertenza attuale, ma addirittura dal 1991, anno del primissimo decreto con il quale il Ministero dell’Ambiente dichiarava Taranto, Statte, Massafra, Crispiano e Montemesola “area ad elevato rischio ambientale”. C’erano già allora tutte le condizioni per provare a costruire un percorso nuovo, con un siderurgico rispettoso della salute dei tarantini e all’altezza del mercato e allo stesso tempo ponendo le basi per una economia non più dipendente in modo quasi esclusivo dalla grande industria.

Abbiamo invece lasciato trascorrere invano quasi un quarto di secolo per giungere ad un punto di crisi che appare ormai ingovernabile. Non sappiamo quale altro coniglio sarà tirato fuori dal cilindro, oggi però, senza alibi, Taranto è chiamata a fare i conti innanzitutto con se stessa.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche