20 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 19 Ottobre 2020 alle 16:52:58

Cronaca

In marcia sperando di avere un futuro. Le foto

La manifestazione organizzata dai sindacati


«Non esiste un Piano B»: lo slogan maledettamente vero risuonava accompagnando i primi passi di quella lunga traversata che da Porta Napoli ha condotto fino al palazzo del Governo la lunga scia di tute blu, striscioni, gonfaloni, variopinte bandiere sindacali e delegazioni istituzionali. Duemila, forse tremila persone. Non l’oceano di folla della grande marcia della rovente estate 2012. Allora gli impianti erano stati appena sequestrati dalla magistratura e i Riva erano ancora in sella allo stabilimento. Le certezze, però, cominciavano a scricchiolare. Ed è proprio l’incertezza il sottile tarlo che angustia gli operai della più grande e più problematica fabbrica d’acciaio d’Europa.

«Lavoriamo, ma nessuno ci dice niente. Nessuno sa dirci dove finiremo», si lascia sfuggire Giovanni, tuta blu che arriva da Massafra. «Non si respira una buona aria», dice metaforicamente Michele. E la sua non è una battuta solo a sfondo ambientale. «Noi operai non ci sentiamo sicuri, non lavoriamo tranquilli. Da una parte temiamo per il nostro posto di lavoro, dall’altra dobbiamo fare i conti con le patologie: parecchi di noi soffrono di allergie, di esofagite, altri devono fare i conti con malanni alla tiroide».

È il dramma di chi vive tra l’incudine e il martello: l’incudine del pane da portare a casa e il martello che picchia sulla salute. Quel martello che non guarda se sei di Avetrana o dei Tamburi: picchia e basta, specie se trascorri almeno otto ore della tua giornata tra cokerie e altoforni. Quel martello non guarda il certificato di residenza. Eppure c’è ancora chi si impegna cinicamente per far passare questi padri di famiglia per dei sadici seminatori di morte.

«Noi vorremmo lavorare in un ambiente pulito» – reclama Antonio, da San Giorgio Jonico. Lui, padre di due bambini, da quindici anni la sua giornata la trascorre proprio tra i fumi delle cockerie: «L’Ilva oggi è però l’unica risorsa che abbiamo. Se ci fossero alternative…».

Già, le alternative. Quel Piano B che non esiste. Perché ad oggi nessuno ha detto con chiarezza cosa si vorrebbe fare di questo stabilimento. Oggi, alle 18, scade il bando per le manifestazioni di interesse da parte di chi sarebbe interessato ad acquisire l’intero complesso industriale. Nel toto-nomi si affacciano Marcegaglia e Arvedi. Trapelano indiscrezioni anche su un incontro tra Renzi e Scaroni. In realtà è assente l’unica cosa che davvero servirebbe per dare garanzie: un piano industriale che spieghi se e come questa fabbrica potrà andare avanti.

«Con Riva si inquinava senz’altro di più e c’era dittatura nello stabilimento – ammette Francesco, operaio tarantino – ma si lavorava meglio ed avevamo certezze. Cosa servirebbe per restituirci fiducia? Uno Stato serio»». Succede, quando si sgretolano le garanzie e di un Piano B non si intravede neppure l’ombra.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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